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23 Nov 2011

Caravaggio e la camera oscura: l’ipotesi di Clovis Withfield

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di PierLuigi Massimo Puglisi -

L’invito di ieri ai Musei Capitolini era senza dubbio affascinante: “L’ occhio di Caravaggio”,un ritratto fuori dai clichè dell’artista più amato del mondo, con una conversazione di Claudio Strinati e Clovis Withfield nella Sala Guido Reni e la ricostruzione e dimostrazione della camera ottica utilizzata (forse) da Caravaggio.

E difatti la sala era gremita. storici dell’arte, collezionisti, restauratori, antiquari, appassionati.

L’occasione è stata quella dell’uscita dell’edizione italiana di questo libro di Clovis Withfield che ha dato a Claudio Strinati con la consueta puntualità e affabulazione, e allo stesso autore, l’opportunità di fare il punto sugli studi più aggiornati in materia di pittura caravaggesca.
Nel racconto dei due studiosi, all’immagine convenzionale del “pittore maledetto” si sovrappone una ipotesi suggestiva, quella di Caravaggio come possibile geniale inventore di una sua rivoluzionaria tecnica per riprodurre il vero, basata non più sulla ricostruzione prospettica, ma sull’utilizzo di lenti e specchi concavi.

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Nella Sala Guido Reni siamo entrati per gruppi e abbiamo vista da Clovis una dimostrazione, ossia  una possibile  “camera ottica” che avrebbe potuto mettere  a punto per esempio a Palazzo Firenze, oggi sede della Dante Alighieri, ma all’epoca nella disponibilità del Cardinale del Monte, nelle cui cantine pare che Caravaggio abbia lavorato. Se non fu proprio lì, fu nelle immediate vicinanze, e nel libro una mappa dei luoghi caravaggeschi del centro di Roma ci viene riprodotta a doppia pagina.

Ma se questo fosse vero, come avveniva? Certamente il passaggio dalle tre dimensioni degli oggetti alle due della tela, poteva essere per parti molto piccole, ma possibile. Il che non vuol dire che sia certo, ma ‘ipotesi, secondo Whitfield spiegherebbe molte cose, e Strinati la prende in considerazione come una ipotesi da approfondire.

Ossia questo processo sarebbe stato un modo di saltare tutti i passaggi dell’insegnamento delle accademie, e raggiungere il vero senza mediazioni, quasi assorbendo l’immagine dalla realtà, per piccole parti sovrapposte e affiancate., data la misura degli specchi ustori di allora,

Una questione di invenzione tecnica, che porta Whitfield a pensare che Caravaggio stà alla pittura come Galileo stà alla nascita della scienza moderna. E difatti, nota, nulla dopo di loro fu più come prima.

Il Caravaggio che Whitfield  suppone è da giovane un artigiano, un lavorante in una bottega di opere “grossolane”, ma  che diviene quasi di colpo un celebrato protagonista dell’arte grazie all’elaborazione di un  metodo di riproduzione visiva della realtà, che tiene ovviamente segreta,  basato su un uso sofisticato della camera oscura e degli specchi parabolici.

Chissà - mi viene da pensare - che razza di processi si sarebbero intentati contro di lui se una tecnica sicuramente non ortodossa  e possibilmente blasfema per gli accademici,  si fosse risaputa. Forse roba di Inquisizione. Nel caso fosse vero, questa invenzione tecnica, era quindi da tenere segreta, non solo perché chiunque poteva copiarla (mica facile comunque) ma perché filosoficamente c’era chi poteva vederci del male, una sorta di negromanzia.

Torniamo al fatto tecnico: mentre Caravaggio dipinge, secondo Whitfield, non osserverebbe i modello, ma l’immagine di questo proiettata in condizioni particolari di luce e  mediante accorgimenti ottici su uno schermo bidimensionale.

Quindi l’artista  sarebbe stato inventore di un ingegnoso metodo per avere una qualità di osservazione visiva per l’epoca inusitata e con risultati di straordinario realismo.

Tutto nascerebbe dunque da un bisogno di verità che c’era nell’aria, ma occorreva un salto intellettuale.

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Se oggi in tutto questo si può vedere un possibile metodo personale di realizzare il dipinto, un nuova ipotesi attorno a Caravaggio, c’è un passaggio, un’ intuizione, che ha una sua plausibilità: perché parliamo di un artista che ha insegnato che è inutile litigare con la realtà, che è punto di partenza e di arrivo, che è di per se sorpresa e meraviglia.

Facile? Niente affatto, ci avverte  Whitfield , anzi complicato, e solo un grande talento poteva giovarsi con successo di questo modo di procedere.

Questo secondo Clovis Whitfield, storico dell’arte e celebre antiquario londinese. Libro da leggere senza dubbio, allora. Dopo si discuterà.

Strinati, guarda dall’alto, con affabulante sapienza, non esclude, considera interessante l’ipotesi.

C’è bisogno di rifletterci e approfondire, di valutare, discutere, ma intanto di non escludere.

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