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30 Nov 2011

Libri. “Una memoria contemporanea. Dalla collezione di Bianca Attolico” di Ester Coen e Francesca Romana Morelli

di Rossana Soldano -

L’arte è fatta di pochezze. L’arte contemporanea, è fatta di pochezze.
Pochi la sanno fare davvero. Pochi sanno capirla davvero. E ancora pochi, possono permettersi di comprarla. Sono pochezze diverse, che vengono fraintese nelle nostre vite come il politichese o le avvertenze sui medicinali. Tutta questa pochezza è ammirabile al momento, in una serie di collezioni private a cui pochi –appunto- possono accedere. Non che non si sappia dove sono i vari Duchamp, Pollock, Schifano, Kounellis, Chia, de Kooning, Burri o Beecroft, tanto per fare qualche nome, semplicemente non possiamo vederli. schermata-2011-11-30-a-212430.pngNon è che non si sappia come siano fatti, solo che non si possono ammirare dal vivo, tranne che in particolari occasioni.
E’ come dire che non si conosce l’odore del caviale perché non è esattamente l’odore che si sente provenire dalle cucine le cui finestre danno sulla strada, ma si presume che anche il caviale abbia un odore.
Anche l’arte contemporanea è così. A volte, qualcuno, decide di farcene sentire l’odore. L’ultima, in ordine di tempo, è Bianca Attolico che, nel libro “Una memoria contemporanea”, curato da Ester Coen e Francesca Romana Morelli, ci offre un delicato assaggio della sua storia di collezionista. Curatissimo nell’edizione, già la prima di copertina scaraventa in una dimensione concettuale, due buchi blu –dietro i quali si nasconde un’opera di Jonathan Monk- che ci guardano. Come per ribadire, per dirla come Giulio Paolini, che non siamo noi a guardare l’arte ma viceversa.
L’arte che ci guarda, almeno virtualmente, dalle pareti di Bianca Attolitco è un viaggio nella sua storia e nel suo gusto, in un intreccio di rapporti personali, scelte e cambiamenti perché, come diceva Picasso, ‘la pittura non è fatta per decorare gli appartamenti ma è uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico’. Quale fosse il nemico di Picasso è difficile immaginarlo, che la signora Attolito abbia combattuto contro ‘quel fondo borghese della mia educazione familiare, che non mi lasciava essere me stessa, affossava ogni mia scelta’, lo scrive lei stessa.
La sua collezione, composta da qualche centinaia di opere, attraversa tutta la seconda metà del secolo scorso e arriva fino ad oggi ma quello che cattura sono i ricordi di cui è infarcito il racconto. Perché dietro ogni opera c’è una storia, un aneddoto. Dalle passeggiate sulla canna della bicicletta di Alberto Ziveri alla visita allo studio di Giacomo Balla a via Oslavia.  Dal legame con Sabina Mirri che le aprì il mondo del Pastificio Cerere, all’amicizia con i ragazzi di quel gruppo, Dessi, Ceccobelli e Nunzio. Non una vita artistica ma una vita insieme all’arte, sempre sul filo dell’avanguardia. E se, come diceva Albert Camus ‘collezionare è essere capaci di vivere il proprio passato’, Bianca Attolico risolve il suo scegliendo un quadro, uno solo tra tanti, ‘La veduta di Roma’ di Mario Mafai. Un piccolo olio su tela, datato 1947. Anche le grandi avventure si possono riassumere in un piccolo ricordo. In fondo, anche la vita, come l’arte, è fatta di pochezze.

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