IL FINE DELL’ARTE NON E L’OCCUPAZIONE
Giornale dell’Arte, aprile 2012 -
Si chiama «infarto culturale» quella patologia fulminante che colpisce i manager e gli impiegati di istituzioni culturali quando vedono non tanto le loro attività, bensì i loro posti e i loro alari minacciati dai tagli delle sovvenzioni pubbliche. L’epidemia è pressoché universale. Quattro esperti tedeschi hanno diagnosticato in un libro il fallimento del dogma «la cultura per tutti», che per decenni ave-’cr condizionato le decisioni di vari governi «evoluti» moltiplicando musei, teatri e biblioteche. I loro costi. Gli investimenti. Gli addetti. Purtroppo non altrettanto gli utenti, i fruitori, gli spettatori. È cresciuta l’offerta, più o meno sempre noiosamente uguale, ripetitiva, ma non è cresciuta la domanda, rimasta pressappoco la stessa. Dunque, sostengono i quattro cavalieri teutonici dell’apocalisse, logica vuole che ora dovremmo dimezzare questi inutili luoghi, i loro inutili impiegati e, horribile dictu, i loro stipendi.
Che l’offerta fosse diventata pleonastica, pletorica, straripante e incontrollata questo giornale l’aveva più volte denunciato. Così com’era stato il primo a lamentare l’effetto devastante dei cosiddetti «mai lineari», non selezionati, uguali per tutti, buoni e cattivi. Tipica scelta politica, aculturale e codarda. Mal comune mezzo gaudio. Così non scontentiamo nessuno. Così non perdiamo voti. Così non ci facciamo male. Non siamo noi a tagliare, è la crisi. Così è andata perduta la salutare occasione di una taumaturgica laparotomla delle eccedenze Inutili, dei salari fini a se stessi, delle erogazioni fatte col solo scopo della propria sussistenza, del mantenimento accanito del posto.
L’occasione della «causa di forza maggiore» doveva dare il coraggio ai codardi di dire finalmente di no, invece di mantenere il consenso concedendo il comodissimo sì a tutti. Contro il libro temerario, la ribellione dei chierici è stata immediata: totale, assoluta, unanime, universale. Arte, cultura, non si toccano. Una minoranza di italiani si aspetta che un governo sano, prima o poi, le restituisca anche una cultura sana, depurata, per nulla consociativa, basata esclusivamente sul merito. Qualità, non quantità. E questo che devono darci arte e cultura. Questa è l’unica prerogativa che dobbiamo pretendere. Non vogliamo arte scadente, dozzinale, non ci piace un’arte assistenziale. Ma ciò significa che molti dovranno cambiare mestiere. In verità il mestiere sbagliato è quello che facevano prima. Come lo facevano. E difficile immaginare chi avrà Il coraggio dl sostenere che Il fine dell’arte è creare arte, non dl creare occupazione. Tuttavia le risorse artistiche dell’Italia sono tali, e tele e la loro persistente arretratezza, che una efficace riorganizzazione (quella che viene chiamata valorizzazione) può ancora esprimere un buon numero di posti di lavoro. Con buona pace per quanti dovranno abbandonare le loro attuali, obsolete funzioni.