Basta con lo spread! Per un’economia della realizzazione umana
Agenzia Radicale, 2 luglio, Flore Murard-Yovanovitch -
L’economia ha invaso la sfera dell’informazione piegandola ai ritornelli dominanti e idee vecchie. Come, a proposito dei suicidi dei lavoratori, l’antico credo del lavoro come massima aspirazione umana. Scriveva Massimo Recalcati su Repubblica del 15 maggio, che il lavoro sarebbe la “possibilità che umanizza e assegna valore alla vita” (suggerendo che, prima di lavorare, l’uomo non sarebbe tale!).
In una cultura neo-classica che non ha mai osato mettere indubbio la concezione dell’homo oeconomicus, né la famosa frase di Marx, “l’essere umano è tale perché fabbrica gli strumenti del suo lavoro”, la sua perdita sarebbe trauma, disperazione, perdita di sé. Una lunga tradizione occidentale che confonde ancora identità umana e lavoro. Ma siamo davvero sicuri che il lavoro “umanizzi”? L’essere umano non è “umano” dalla nascita, a priori e prima delle proprie produzioni?
Quella grave depressione che porta all’atto estremo del suicidio, non sarebbe uno dei sintomi dello spaccamento totale tra benessere materiale e realizzazione reale, profonda di un’identità interna? Sintomo di una cultura dominante appiattita sul totem lavoro, che lascia poca libertà di sviluppare un benessere che vada oltre il fisiologico; oltre la dimensione materiale della vita? La critica che dovrà nascere da questa fase storica non deve limitarsi alle sole ragioni materiali della crisi - spread, default - e ai suoi sintomi - precarietà e disoccupazione, ma deve indagare le ragioni culturali, invisibili di questa crisi in realtà antropologica.
Come fa l’economista Andrea Ventura, in un originale saggio “La Trappola. Radici storiche e culturali della crisi economica” (L’asino d’oro edizioni) che dimostra che la teoria economica che ha generato questa crisi è fasulla, errata; fondata su una concezione ancora più sbagliata della realtà umana: razionale e religiosa. Il cardine lavoro, che domina i nostri sistemi sociali ha, infatti, origine in un percorso che dalla condanna biblica come conseguenza del peccato, passa alla concezione protestante, per cui il lavoro è l’espiazione di una colpa, per approdare infine alla razionalità capitalistica: all’idea che il senso della vita è nell’arricchimento individuale fine a se stesso.
“Corrotti” dal peccato, sostanzialmente violenti, gli uomini sarebbero quindi da mettere “in catene”, i loro impulsi da arginare con la ragione, da indirizzare verso l’utile. Una delle trappole più insidiose della nostra cultura… Fondandosi sulla radicale distinzione, operata dallo psichiatria Massimo Fagioli con la Teoria della nascita, tra esigenze e bisogni, Ventura scrive “la crisi, è di un’identità che si definisce nel rapporto solo razionale, utilitaristico, con gli oggetti materiali” - inanimati -, che “ha smarrito la consapevolezza del valore del rapporto interumano”.
La “razionalità calcolante” è stata, infatti, applicata a tutti gli ambiti sociali, anzi, ha invaso socialità e sfera affettiva. Una logica intrinsecamente distruttiva, perché il rapporto uomo-natura riportato al rapporto interumano diventa violenza dell’uomo sull’uomo, sfruttamento, pazzia (Fagioli). Quello che forse rivelano gli odierni suicidi e la depressione diffusa. Proprio la psichiatria potrebbe venire in aiuto all’odierna crisi dell’idea di uomo, così come sviluppata fino a oggi in Occidente, per affrontare la questione di un benessere che vada oltre il corpo: salute della mente - senza cadere nella trappola dello spirito.
La famosa “anatomia” della crisi non è quindi, solo, come martellano governi e giornali, la questione del default, ma quella della realizzazione di un’identità davvero umana; non solo disoccupazione, ma depressione; non solo bisogni, ma esigenze; non solo riforme economiche, ma cura psichica. Chiedendosi perché quel sistema sociale, sacrificando alla soddisfazione dei bisogni la dimensione non materiale dell’identità umana, produca un “malessere” (o un ammalarsi dell’individuo, con le specifiche implicazioni psichiatriche che emergono di questi tempi).
Forse è la sparizione della fantasia che porta al suicidio e non l’assenza di lavoro? Intanto, tornando al saggio di Ventura, il superamento di questa crisi storica di natura antropologica sta nell’abbandonare il totem della razionalità religiosa distruttrice e nel riconoscere che la dimensione umana è quella non razionale e in rapporto all’altro. Non ci sarà trasformazione sociale senza una rivoluzione culturale che faccia emergere una nuova concezione della realtà umana.
I nuovi concetti teorici venuti dalla psicologia dinamica, permetterebbero alla sinistra di avere il coraggio di immaginare una società della realizzazione reciproca degli individui, senza violenza, dove l’essere umano sia libero di realizzare la propria identità, fondamentalmente creativa. E’ urgente un salto di pensiero, non un salto dello spread.