Milano. L’arte della rivoluzione: intervista a Giorgio Grasso
Incontriamo Giorgio Grasso (Modica, 1961), editore presso l’Istituto Nazionale di Cultura, già Coordinatore Generale della mostra torinese del Padiglione Italia alla 54. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia (Sala Nervi, Palazzo delle Esposizioni, dicembre 2011-gennaio 2012) a cura di Vittorio Sgarbi. La conoscenza con il critico ferrarese è di vecchia data e ha portato Grasso ad accompagnarlo in diverse esperienze, diventando suo Capogabinetto quando questi era Sottosegretario ai Beni Culturali, suo assistente quando Sgarbi era Assessore alla Cultura al Comune di Milano, assumendo egli stesso la carica di Assessore a Salemi nella Giunta guidata dall’amico, fino all’iniziativa politica con il movimento “I Liberal Sgarbi - I Libertari”, di cui è diventato responsabile nazionale, poi con il “Partito della Rivoluzione”, che sembra volersi collocare fuori dagli schemi politici tradizionali.
Noi che in questa sede vogliamo parlare di arte e non di politica, cerchiamo, insieme a Giorgio Grasso, di fare qualche riflessione su alcune iniziative che creano ancora oggi dibattito e contrapposte reazioni all’interno dell’ambiente culturale italiano.
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Vittorio Schieroni: Vorrei iniziare proprio dal Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2011 e dalle sue manifestazioni collaterali. Questa edizione ha attirato un gran numero di visitatori, raccogliendo, tuttavia, molte polemiche, anche per quanto riguarda il numero e la scelta degli artisti coinvolti. Dottor Grasso, vuole provare a fare un bilancio di questa esperienza?
Giorgio Grasso: Un’esperienza fondamentale non solo per noi, ma per l’arte italiana, perché la Biennale di Venezia, da sempre finanziata con soldi dello Stato, è sempre stata nelle mani di qualche critico d’arte, di qualche gallerista, di quella che noi definiamo la mafia dell’arte, che ha sempre fatto esporre e quindi ha sempre fatto vedere al mondo non più di due, tre, dieci artisti, al massimo, credo in una edizione, quindici. Secondo questi, che hanno sempre gestito la Biennale di Venezia - Padiglione Italia, gli artisti in grado di rappresentare il nostro Paese erano due, tre, cinque… e non smetterò mai di sottolineare il fatto che la Biennale di Venezia è finanziata coi soldi di tutti, coi soldi pubblici. Quindi è ridicolo che si facesse vedere sempre pochi artisti.
Sgarbi ha rivoluzionato tutto portando alla Biennale di Venezia - Padiglione Italia inizialmente trecento artisti, successivamente nelle varie realtà locali dove si è organizzata la Biennale di Venezia - che, altra novità, è stata esportata in tantissime città - ha portato qualche migliaio di artisti. Nel caso particolare, a Torino milleduecento artisti; e voglio ricordare che a Torino la Sala Nervi ha avuto settantamila visitatori.
VS: Quali sono state le difficoltà e quali sono stati i pregiudizi con cui vi siete maggiormente scontrati?
GG: Intanto c’è stata una difficoltà finanziaria, perché, cosa importante da sapere, mentre la Biennale di Venezia a Venezia era finanziata con i soldi dello Stato, le Biennali che Sgarbi ha organizzato in giro per l’Italia, e in modo particolare Torino, erano finanziate con soldi privati, di sponsor privati, quindi nulla è costato ai visitatori, che avevano anche l’entrata gratuita e hanno potuto assistere a performance, manifestazioni e soprattutto visitare e ammirare migliaia di opere d’arte. Le difficoltà quindi sono state inizialmente di natura finanziaria-organizzativa, però abbiamo trovato validissimi collaboratori che ci hanno aiutato. Per quanto riguarda le critiche, ce ne sono state tantissime, ma sono le critiche degli invidiosi che non hanno capito il messaggio che Sgarbi voleva lanciare, e cioè quello della democrazia nell’arte, che sono sempre stati abituati a vedere pochi artisti o a curarli loro. Diciamo che abbiamo ricevuto le critiche di coloro che hanno visto snaturata quella che secondo loro era la funzione della Biennale di Venezia, cioè valorizzare tre o quattro artisti. Quindi le critiche di invidiosi, di incompetenti, di mafiosi dell’arte.
VS: Quella di Salemi è stata l’esperienza di una città-laboratorio, alla quale hanno anche partecipato intellettuali del calibro di Philippe Daverio, Oliviero Toscani e Alain Elkann, che però è finita un po’ male. Qual è, secondo lei, l’eredità della giunta guidata da Sgarbi?
GG: Salemi è stato un evento eccezionale, perché abbiamo dimostrato come un piccolo comune potesse diventare famoso nel mondo non per i trascorsi mafiosi, ma per l’arte e la cultura. Per tre anni Salemi è stata su tutti i giornali del mondo per le iniziative artistiche o culturali di Vittorio Sgarbi, che ne era il Sindaco. Quindi la dimostrazione di come, attraverso la politica e soprattutto attraverso un personaggio noto, si potesse far diventare famoso un comune che in questi tre anni ha ricevuto decine di migliaia di visitatori che mai sarebbero andati a Salemi. Le iniziative culturali che ha realizzato il Comune di Salemi sono le stesse che avrebbe potuto realizzare una grande città.
Il Comune di Salemi ha fatto di più di qualunque altra città nel campo dell’arte e della cultura. Era un’idea di come si potesse valorizzare quello che è il patrimonio italiano anche in un piccolo comune, perché in genere i turisti vanno sempre a Firenze, Roma, Padova, Venezia… e non vanno mai nei piccoli comuni dove c’è invece un patrimonio artistico strepitoso. Sgarbi ha voluto dare questa dimostrazione, noi in Giunta abbiamo voluto dare questa dimostrazione, tant’è vero che moltissimi intellettuali sono venuti: qualcuno ha fatto l’assessore, qualcuno ha fatto il dirigente, qualcuno è venuto a fare soltanto manifestazioni, ma anche nel campo letterario tantissimi sono venuti a presentare i propri libri a Salemi. C’è un castello bellissimo che ha ospitato tantissimi autori di libri.
È stato un esperimento eccezionale. Finito male, non si capisce il perché. Io do una mia interpretazione: Sgarbi, che non faceva solo il Sindaco e non si occupava solo di arte ma faceva anche politica, ha fatto un attacco violentissimo alla mafia delle pale eoliche. Per coincidenza Sgarbi è stato cacciato via inventando come scusa che il Comune di Salemi viveva sotto l’influenza mafiosa. Questa accusa ridicola ha portato allo scioglimento del Comune. Quindi è finita in maniera drammatica un’esperienza che per la storia, per l’arte e per la cultura era positiva. Ricordo che Salemi è stata la prima capitale d’Italia, nessuno lo sapeva, oggi lo sanno tutti.
VS: Lei e Vittorio Sgarbi siete molto legati. Com’è iniziata la vostra amicizia, che è diventata poi anche collaborazione professionale?
GG: È un’amicizia che nasce nel 1991, fine ‘91. Nasce perché, con la fine della Prima Repubblica e di tutti i partiti della Prima Repubblica, mi invento un partito nuovo e, siccome era un partito che non aveva soldi, ho pensato di utilizzare il nome di Vittorio Sgarbi, che da quel momento diventa leader del partito, per avere la propaganda gratuita, considerato che Sgarbi in quel periodo teneva una trasmissione televisiva che era seguita da sette milioni di persone tutti i giorni. Quindi mi sono inventato un partito politico col nome “Sgarbi”, Sgarbi ha apprezzato molto l’idea, ed è da allora che facciamo politica insieme, lavoriamo insieme, ed, essendo lui il più importante critico d’arte italiano, essendo io un appassionato dell’arte, ma anche dell’organizzazione dell’arte, facciamo anche arte insieme.
VS: Quando ha incominciato a occuparsi di arte contemporanea e di cultura in generale?
GG: Pur avendo sempre avuto una passione per l’arte e per la cultura, mi occupo di arte in modo particolare da quando conosco Sgarbi. La mia preparazione personale è legata alla storia - sono laureato in Storia -, ma soprattutto è legata alla politica. Mi sono sempre occupato di filosofia politica, di storia dei partiti e di politica in generale. È vero che le vere rivoluzioni si fanno anche attraverso l’arte, ed è vero anche che la politica si deve occupare dell’arte, perché l’arte riveste un ruolo importantissimo nella vita umana.
VS: Vorrei ora puntare l’attenzione sul “Rivoluzionismo“, che si presenta come un “Movimento culturale e artistico che si pone l’obiettivo, attraverso l’Arte e la Cultura, di modificare l’attuale società che versa in una profonda e drammatica crisi”. Si tratta di una proposta provocatoria oppure di un vero e proprio manifesto artistico? Immagino che vi sia qualche collegamento con il partito politico che lei e Sgarbi avete appena lanciato.
GG: Il “Futurismo”, per tutti noto come movimento artistico e letterario, nasce in realtà come partito politico. Nel 1908 nasce il partito politico futurista, che poi si trasforma, visto l’insuccesso politico, in mero movimento di artisti, di letterati e di poeti. Il “Rivoluzionismo” non ha come scopo quello di fare un partito, ha come scopo quello di mobilitare le masse degli artisti, che in Italia sono tantissimi, per rivoluzionare il mondo dell’arte, per rivoluzionare l’idea stessa di arte. Noi critichiamo l’arte concettuale di Duchamp, la “Merda d’artista” di Manzoni, questa non-arte che in realtà ha rovinato la vera arte. Il “Rivoluzionismo” tende a modificare quella che è la mentalità, non solo degli operatori, ma dei fruitori dell’arte.
Bisogna ritornare alla vera arte e soprattutto ritornare a uno Stato - di qui la mobilitazione rivoluzionista - che si occupi dell’arte. Che dia la possibilità ai giovani artisti di lavorare, di esporre, di farsi vedere, che dia la possibilità agli artisti italiani di esportare l’arte in tutto il mondo. L’Italia, che è nota nel mondo per l’arte, oggi è di Serie B, da tantissimi anni di Serie B, perché l’arte parla inglese, tedesco, francese, sicuramente nel mondo non parla italiano. Il “Rivoluzionismo” vuole modificare la mentalità della classe politica italiana e quindi di tutta la popolazione, di cui la classe politica è soltanto l’emanazione, la rappresentanza, nei confronti dell’arte. Quindi più attenzione, più indirizzo artistico reale e poche rappresentazioni politico-comunicative che fanno passare per arte quella che invece arte non è. Con la costituzione quanto prima degli Stati Generali dell’Arte, che sarà l’organismo dirigenziale che si occuperà della rivoluzione dell’arte nel nostro Paese.
VS: Cosa pensa dell’ambiente artistico e culturale italiano? C’è qualcosa - o qualcuno - che apprezza particolarmente e altro che non può proprio sopportare?
GG: Diciamo che è stato snaturato il concetto dell’arte, e quello che io non concepisco - ma qui è una mia interpretazione personale - è che dell’arte si fa soltanto della merce. L’arte è vista solo come “quanto vale”, “quanto rende”, “quanto investi”, per cui tu compri la “Merda” di Manzoni a un euro e poi ne vale cinque, ed è la ragione per comprare la “Merda” di Manzoni. Compri Cattelan o vendi Cattelan perché è un investimento e nessuno più segue l’arte per l’arte. In questo senso serve una rivoluzione. Non sopporto che l’arte sia esclusivamente legata al discorso del mercato. Poi, il mercato è fondamentale e serve, dobbiamo difenderlo, il mercato va valorizzato, ma non c’è solo il mercato. Bisogna riuscire a vendere, a diffondere la vera arte del nostro Paese.
VS: Ci vuole parlare delle iniziative di cui si occuperà nel prossimo futuro?
GG: Dicevo prima che il nostro obiettivo è quello di esportare l’arte italiana in tutto il mondo per far conoscere quella che è l’arte vera, cioè l’arte del nostro Paese. Il genio italico non ha paragoni in nessuna parte del mondo, quindi organizzeremo per giugno dell’anno prossimo una mostra all’Hermitage a San Pietroburgo, dove porteremo non - come fanno di solito - i due, tre, quattro, cinque artisti della cricca, ma porteremo trecento artisti italiani. Successivamente andremo in Cina, poi nei Paesi Arabi, per approdare negli Stati Uniti, sempre con una massa di artisti notevole, perché molti sono i bravi artisti nel nostro Paese. Un’altra iniziativa che consideriamo importante sarà una serie di mostre dal titolo “L’Arte e Rivoluzione”, curate da Vittorio Sgarbi, dove metteremo in mostra migliaia di artisti italiani, con la collaborazione di tutti gli Assessorati alla Cultura dei comuni italiani, che di solito hanno funzioni inutili e potranno svolgere la funzione utile di far conoscere i propri artisti, della propria città, del proprio paese, a tutta Italia grazie alla propaganda che Sgarbi farà attraverso queste manifestazioni artistiche.
Intervista realizzata nella giornata di giovedì 2 agosto 2012.