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30 Mag 2008

1989, Arezzo e Ivan Bruschi

 Il  primo numero di quella che oggi è una delle seguite riviste del settore dagli addetti ai lavori dedicava ad Ivan Bruschi ed alla Fiera una lunga e bella intervista a doppia pagina,   L’INFORMATORE, Anno 1, N.1, luglio 1989,  direttore Silvio Vecchietti, articolo di  Maria Novella Batini Presenti

AREZZO E IVAN BRUSCHI

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In giugno ha compiuto vent’un anni e li ha spesi bene.

La Fiera d’Arezzo, nata nel 1968 e ormai giunta alla sua 153° edizione, è riuscita nel tempo a cambiare volto alla già bella, già antica, già interessante città che la ospita, così, con naturalezza, coinvolgendo un pò tutti in una serie di iniziative che hanno come punto di riferimento l’antiquariato, l’amore e la ricerca del bello d’epoca.

Come ogni magia, anche questa ha il suo mago, Ivan Bruschi, classe 1920, di professioneantiquario, una passione più vecchia di lui, una casa dirimpettaia all’antica Pieve, casa che -guarda combinazione - un tempo fu il Palagio del Capitano del Popolo, e una galleria accanto alla splendida S. Francesco, dove lui non si trova mai. Almeno nei giorni della fiera. È sempre in giro, con fare paterno verso i più giovani antiquari che a lui ricorrono come a un santo protettore, oppure,con autentico piglio da intenditore, per dare una mano e un consiglio ai clienti e agli amici indecisiper un acquisto.

Non c’è dubbio, la Fiera d’Arezzo è Ivan Bruschi, l’ha inventata lui, ci ha creduto e ha fatto sì che gli

altri ci credessero, dai rigattieri ai veri e propri antiquari che vi giungono da tutta Italia, agli

acquirenti che si divertono un mondo in quella folle baraonda piena di sapore e di sorprese che si

distende nella magnifica e coreografica Piazza Vasari, una delle più belle e architettonicamente

originali di Arezzo. Nella stessa piazza e nelle strade antiche che la circondano è ormai pieno zeppo

di botteghe antiquarie, che ogni prima domenica del mese (sarebbe meglio dire ogni primo weekend

perchè gli esperti e i fanatici arrivano già di venerdì), in occasione della Fiera spalancano le

loro porte, invitando implicitamente il pubblico ad entrare, senza il classico timore reverenziale: negozi

che giocano alla bancarella, bancarelle raffinate che giocano al negozio o semplici tavolacci

che espongono di tutto (anche il cosiddetto modernariato), tutto un mondo pieno di sfumature,

sottintesi, sottili contrattazioni, soddisfazioni e piccole delusioni che fanno di Piazza Vasari un

mercato d’eccezione, un fascinoso polo d’attrazione dove è ancora possibile frugare e scoprire

qualcosa di buono, assaporare il gusto della conquista. Le cifre parlano chiaro, dimostrano il

meritato successo di questa manifestazione: nel 1968 gli espositori erano poco più di ottanta, ora

superano gli ottocento, e vengono da tutta Italia, molti sono addirittura stranieri e questo vuol dire

gusti diversi, grande varietà di merce e anche di prezzi, e personaggi umani tra di più disparati e

divertenti. Andiamo a parlare con Ivan Bruschi e la prima cosa che ci viene in mente di

domandargli è come mai un antiquario «serio» come lui, con tanto di galleria piena di oggetti d’arte

di prima qualità, ha pensato vent’anni fa di diventare…il patrono dei trovarobe e il «re delle pulci».

«Il fatto è - ci risponde - che nell’antiquariato c’è stata un’evoluzione, e se prima un oggetto doveva

rispondere ad un criterio d’investimento o soddisfare la vanità di un acquirente, e quindi avere un

certo pregio artistico, ora di fronte all’appiattimento dell’era della plastica (seguita, ahimè, all’Età

del Ferro e del Bronzo..) l’uomo è andato alla ricerca e alla riscoperta del mondo passato con

un’attenzione e direi, un affetto che gli anno fatto prendere in considerazione anche gli oggetti più

comuni, quelli legati al vivere quotidiano, che magari non hanno particolari pregi artistici, ma che

sono importanti testimonianze delle precedenti civiltà e comunque oggetti originali, certamente non

fatti in serie, come tutto quello che produce la nostra società industriale. E questo genere di antiquariato

spicciolo è patrimonio dei rigattieri. Da questo ragionamento è nata l’idea di fare la Fiera,

dando ai trovarobe il modo di riunirsi, e ai collezionisti di soddisfare il gusto della «trouvaille», a

prezzi più che accessibili…»

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È vero che la Fiera ha cambiato Arezzo?

«Non so se l’ha cambiata, ma certo è che fino a qualche anno fa il centro storico versava in pessime

condizioni, e adesso grazie al movimento creato dalla Fiera i negozi si sono moltiplicati (e non solo

quelli d’antiquariato, che pure, da due o tre che erano, sono diventati una cinquantina), ed è stato

quindi necessario restaurare molti fondaci antichi, soprattutto quelli della Piazza Vasari e delle

strade limitrofe. Quindi la Fiera ha riportato la vita in un’area un pò abbandonata della città: adesso

ci sono negozi, abitazioni restaurate, locali per mostre e perfino una scuola di restauro…»

Quanti si pensa che siano i visitatori della Fiera?

«Secondo i vigili urbani, siamo intorno alle ventimila persone, e non è difficile immaginare il

vantaggio che ne trae un pò l’intera città. Anche se non tutti gli aretini sono d’accordo. Ci sono

persone con le idee ristrette che brontolano contro la Fiera solo perchè in quei giorni è più difficile

posteggiare, o cose del genere. Figurati che mi è stato detto «Meno male che è finita la Fiera,

almeno per un mese si respira, non c’è più puzzo…», riferendosi allo sporco che inevitabilmente

resta per strada dopo il mercato: sporco che naturalmente l’organizzazione della Fiera rimuove a sue

spese (il comune per questa manifestazione ha stanziato un milione l’anno!)

Qual’è il giro d’affari? È soddisfacente?

«Direi proprio di sì. Pensa che all’inizio, per la prima edizione si parlò di duecento milioni, e ora

siamo sull’ordine di diversi miliardi».

Sei geloso che in tante città ti abbiano copiato l’idea?

«Per niente. Anzi sono soddisfatto, vuol dire che era un’idea buona! Le imitazioni sono state una

sessantina, dieci solo in Toscana: resta il fatto che è innegabile che nessuna di queste manifestazioni

ha raggiunto il prestigio duraturo della nostra fiera».

È vero che alla Fiera d’Arezzo la gente haimparato il gusto del «rustico»?

«Direi di sì. All’inizio gli appassionati del tarlo, soprattutto le

signore, torcevano il naso di fronte alle pignatte, alle vecchie stadere, alle ruote di carro, agli antichi

giochi e ad altri oggetti o mobili tipici del mondo contadino, che vedevano esposti in Piazza Vasari

dai precursori di questo genere. Poi il gusto è cambiato, questi oggetti sono stati rivalutati, si è

imparato ad inserirli nell’arredamento e anche a studiarli come simboli di un mondo scomparso: e il

merito di questo cambiamento è proprio delle fiere come la nostra, che oltretutto è nata in una

regione dove la civiltà contadina ha prosperato fino a poco tempo fa.”

Hai da dare un consiglio a chi viene alla Fiera?

«Certamente, quello di intendersene o di farsi accompagnare da qualcuno che se ne intende. Più che

altro perché mentre alle mostre gli oggetti sono in qualche modo garantiti dagli antiquari che - a

richiesta - possono anche dare una garanzia scritta, alla Fiera è diverso: a volte nemmeno il trovarobe

sa bene valutare l’antichità degli oggetti che espone e non può certo garantirli…»

E cosa diresti ai perenni scettici, a quelli che scuotendo il capo dicono sempre «Oramai non si trova

più niente di buono?»

«Se vuoi una risposta seria, ti dirò che gli oggetti antichi arrivano sul mercato a cicli, perchè tutto

quello che è nuovo poi diventa vecchio, e dopo essere arrivato l’Ottocento (che cinquanta anni fa era

considerato moderno…), è arrivato il Liberty, il Decó etc. Quindi in ogni momento, se si ha gusto e

sensibilità per capire cosa certi oggetti diranno nel futuro, si possono fare delle scoperte e dei buoni

investimenti. Se vuoi invece che ti risponda con una battuta, ti dirò che chi dice che non c’è più

nulla di buono o è miope o non sa cercare…».

Maria Novella Batini Presenti

TRATTO DA: L’INFORMATORE N. 1, ANNO 0, MENSILE, LUGLIO 1989, Pag. 4-5

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