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20 Giu 2008

“A come Antico” tratto da “L’osservatore” numero 6 gennaio-febbraio 1987

A COME ANTICO

Un gruppo di antiquari di fronte ai problemi del mercato aretino

di Ersilia Agnolucci

A come Arezzo, Arte e Antiquariato: sarebbe senza dubbio uno slogan troppo facile, ma perché no, adeguato agli stereotipi della promozione turistica. Come dire che dopo 19 anni dalla prima edizione, la fiera antiquaria vale quanto Piero della Francesca. Non si offenda il grande Piero, giacchè la fiera è tra gli eventi degli ultimi decenni che maggiormente hanno contribuito a dare alla città una dimensione nuova.
Rimane ancora un’appuntamento di prim’ordine per un pubblico, interno e straniero, di amatori, addetti e curiosi, nonostante la concorrenza incalzante di ben 58 fiere che sono sorte sul modello di quella aretina in altrettanti centri italiani. Un dato sull’incremento del traffico automobilistico registrato in media durante il primo week-end del mese, circa 3.000 macchine in più, rende bene la consistenza dell’afflusso. È una fiera con 850 espositori che, fin dall’esordio ha incoraggiato la creazione di attività permanenti; si contano oggi, solo in città, 40 antiquari, dei quali 4 trattano libri. Un fenomeno rilevante che ha seguito l’avanzamento dell’industria e del terziario con la crescita potenziale di un largo pubblico ma che deve alla fiera le grandi occasioni di rifornimento e soprattutto le possibilità di sopravvivenza. Sono proprio gli operatori del settore che riconoscono una stretta dipendenza dall’andamento del mercato fieristico, attualmente in declino. Il ribasso si lega alle sfortune dell’economica nazionale, nonché a certe peculiarità del mercato antiquario: la rarefazione delle fonti di provvisione e la difficoltà conseguente a mantenere standards di qualità. Sulla situazione aretina abbiamo raccolto l’opinione di alcuni diretti interessati: Ivan Bruschi, fondatore e organizzatore della fiera, Massimo Puglisi che ha da poco inaugurato una casa d’aste, Paolo Burzi che tratta in particolare mobili e Massimo Pedini, titolare di una libreria antiquaria. Concordano tutti nel dover sostenere la fiera, impedendo ad esempio la prevendita della merce il venerdì, prima dell’apertura dei banchi nei luoghi autorizzati. Ma sono altresì convinti che si debba lavorare per superare la latitanza del mercato locale. Arezzo “la ricca”, con un tasso procapite tra i più alti d’Italia, uno dei centri del triangolo dell’industria orafa, non guarda·ancora all’oggetto antico come fonte di investimento, o meglio l’attenzione non é tale da azionare un mercato sufficente. Ricorda Bruschi, forte di una lunga e qualificata esperienza, che il 98% della sua clientela proviene da fuori Arezzo.
Con oscillazioni trascurabili anche gli altri indicano percentuali analoghe.
Addirittura non sono aretini alcuni collezionisti di documenti e libri sulla storia di Arezzo.Quello locale é un mercato a presa lenta che si é lasciato e si lascia sfuggire pezzi curiosi o di alta qualità. Riescono difficili allo stesso pari, la vendita dei dipinti e il commercio dei libri, lievemente più fortunata risulta la vendita dei mobili. In altre parole sono ancora evidenti gli scompensi di un processo rapido di evoluzione economica che non é riuscito tutt’oggi a dirottare le tendenze del gusto corrente.
“Le cose vecchie” mantengono ancora per molti il sapore di un passato da dimenticare, più che da recuperare. Persino il nuovo ricco spende poco volentieri per il bel quadro, le istituzioni pubbliche sono notoriamente bloccate da legislazioni obsolete e i grossi centri del capitale, le banche ad esempio, si muovono con incertezza.Va detto che l’antiquariato ad Arezzo gioca una partita dura, sfida la tradizione.
Il collezionista ha una storia esile, se si escludono i patrimoni riuniti dalle grandi famiglie e alcune raccolte ottocentesche. Si aggiunge, inoltre, dal dopoguerra in poi l’assenza delle gallerie private, la cui attività avrebbe potuto in qualche modo sollecitare la confidenza del pubblico con il mercato dell’arte. In questa situazione, speciale per diversi aspetti, che deve fare i conti con la diffidenza più che con la scarsità deimezzi di acquisto, non serve agli antiquari lavorare separatamente, come è avvunto fino ad ora, piuttosto concertare delle iniziative comuni che siano per loro di incentivo al raffinamento della professionalità e per il pubblico di spinta alla conoscenza dell’oggetto d’arte.
Tanto più che dei segnali positivi stanno emergendo, così sottolinea Massimo ‘Puglisi. Per effetto della politica culturale e di un’informazione sempre più diffusa, anche ad Arezzo l’antiquariato acquista nuovi estimatori, magari timidi, certamente più sensibili ed esperti, i quali potranno forse rinnovare l’oscura tipologia del collezionista locale. Una tipologia dai confini vaghi, descritta con notevole efficacia da Massimo Perlini, che annovera soprattutto gli appassionati della storia patria per giungere talvolta all’industriale desideroso di ostentare una ricchezza recente.
Vanno comunque ricordati, pure nell’ambito del collezionismo di marca locale, alcuni esempi di grosso interesse che meriterebbe la dovuta considerazione anche da parte delle strutture pubbliche: la raccolta di monete antiche, unica nel suo genere, di Enzo Droandi, già presente con alcuni pez. lÌ a diverse mostre, il materiale librario, documentario e grafi:0 dello stesso Perlini e di un lItro antiquario, ma questa vola con un valore che supera i :onfini dell’arte e della storia lretine, la collezione Bruschi, risitabile dietro richiesta.
E sebbene con frequenza :pisodica, sono stati fatti negli ultimi anni degli acquisti dalla lanca Popolare dell’Etturia: ma collezione archeologica e n gruppo di disegni dell’800 firmati dal pittore Francesco Nenci.

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