Testata di informazione sul mercato dell'arte e la cultura
Direttore Paolo Vannini - Direttore Editoriale Pierluigi Massimo Puglisi

Articoli News Spettacolo Restauro Design Fotografia Antiquari, Gallerie e Musei Attenzione prego
Aste Europee Aste Italiane Aste Extra Europee Aste Press&Top Lots Libri e Riviste

23 Ott 2009

Documenti, Milano, IULM; il testo de l’intervento della Presidente Cultura della Camera onorevole Valentina Aprea sulla Proposta di legge: Censimento Generale Obbligatorio dei Beni Archeologici in mano privata

 Prima di tutto desidero ringraziare lo IULM, gli organizzatori e, in particolare,  l’amico Pino Bianco per l’invito a questa Tavola Rotonda. Il tema affrontato in questa ricca giornata di studio e di dibattito mi coinvolge molto, devo premettere però che in questo campo sono qui soprattutto per imparare: sia dai docenti e dagli addetti ai lavori delle materie che riguardano più direttamente la tutela del nostro patrimonio, sia dagli operatori del Comando di Tutela dell’Arma, che ne sono i benemeriti custodi.

Ciò non vuol dire che mi voglia sottrarre alle responsabilità alle quali sono vincolata, sia dal mio ruolo istituzionale e parlamentare, sia dalla mia coscienza civile.

Cercherò di fare un ragionamento non tecnico, da addetto ai lavori, non per recitare la parte della “sprovveduta”, ma per aggiungere a questo dibattito un punto di vista meno, diciamo così, coinvolto, sperando di fornire nuovi spunti alla discussione.

Diciamolo, senza giri di parole: oggi parliamo di un argomento tabù.  Un argomento di cui si discute da circa un ventennio, tra alterne vicende.

Già su questo c’è da fare una considerazione: come mai di questa semplice e a mio giudizio meritevole iniziativa legislativa - tenendo per ora da parte i particolari sul come attuarla - si riesce a parlarne e a discuterne  fuori dai corridoi del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, solo quando partono gli alti lamenti di qualche intellettuale, presunto custode del nostro patrimonio artistico e archeologico?

Perché, mi domando, non si riesce a parlare  serenamente di questo argomento?

Perché  da parte di alcuni si deve sempre assumere la parte delle Vestali della Cultura, Custodi di una cittadella nella quale i barbari non devono entrare?

Peraltro succede pure che queste persone lavorino o abbiano lavorato, evidentemente con lauti compensi, per istituzioni straniere, quelle sì, colpevoli di avere alimentato il traffico clandestino dei beni archeologici.

Ma, purtroppo lo sappiamo, nel nostro Paese sembra che alcuni argomenti siano esclusiva di una parte politica.

Ecco, avrei voluto cogliere l’occasione della presenza dell’amico Luigi Nicolais, per chiedergli: vogliamo affrontare questo problema una volta per tutte senza pregiudizi? Se si hanno opinioni diverse, non vuol dire che si fa parte della cupola delle cosiddette archeomafie?

Io credo di essere credibile nell’affermare di non essere affiliata a un’organizzazione di tombaroli, eppure se dico che le proposte in questo senso mi sembrano ragionevoli, forse verrò inserita nel gruppo dei “cattivi”? Vogliamo voltare pagina?

Peraltro la storia delle proposte di legge sulla materia ci dice che il “testimone” nel tentare di risolvere la questione se lo sono passato quasi tutti i Ministri dei governi succedutisi negli ultimi quindici anni.

E allora: se lo propone Veltroni è buono, ma se lo fanno Urbani o Bondi, o Fisichella - il primo ottimo ministro dei Beni Culturali a riaffrontare la “scottante” materia -  sono cattivi e complici dei tombaroli?

E’ superfluo ribadire che la realtà è completamente diversa.

Ma, prima di entrare  nel merito di questa cosiddetta  “sanatoria” - definizione data con volontà spregiativa, ma se ci pensiamo in origine positiva perché “sana” - vorrei ricapitolare brevemente la storia.

L’attenzione sui Beni archeologici, nell’Italia Unitaria, cominciò ad accendersi verso la fine del XIX sec. a seguito di alcuni scandali sollevati dalla vendita all’estero di importantissimi pezzi archeologici, offerti allo Stato dopo lo scavo mai acquisiti per mancanza di fondi.

Il ripetersi di questi fatti, fino ad allora non proibiti dalla Legge, portò alla promulgazione delle Leggi del 1909 e del 1912, regolamentate con il Regio Decreto del 30 gennaio 1913. Gli addetti ai lavori le conoscono bene.

Con queste Leggi lo Stato espropriava i propri Cittadini della proprietà dei beni archeologici esistenti nel sottosuolo predisponendo, con la normativa del 1913, le regole di applicazione, in particolare come venivano  regolamentati i ritrovamenti “fortuiti” nonché quelli avvenuti a seguito di concessione governativa.

La stessa normativa spiegava come poteva avvenire la divisione delle cose ritrovate, perché, è bene sottolinearlo, lo Stato aveva sì avocato a sé  la proprietà degli oggetti archeologici ritrovati, ma riconosceva al Privato una “ricompensa” in denaro o in oggetti che poteva arrivare al 50% del valore.

Pertanto lo Stato, in parole povere, diceva: il proprietario sono io, ma a te cittadino come ricompensa ti assegno una parte delle cose o il controvalore in denaro fino al 50%.

Nel contempo, con la stessa Legge, permetteva l’esportazione degli oggetti non sottoposti a Notifica.

In  nessun articolo la Legge prevedeva per il cittadino, possessore di cose archeologiche, l’obbligo della denuncia allo Stato delle cose possedute ante 20 giugno 1909.

Facciamo un salto di trent’anni e arriviamo alla famosa Legge a cui tutti hanno sempre fatto riferimento: la Legge Bottai la 1089 del 1939.

Da tutti, questa Legge, è considerata basilare Testo Unico, e lo è rimasta fino al cosiddetto Codice Urbani del 2004.

Ebbene, anche in questa Legge, con la quale si continuava a regolamentare possesso, scavo fortuito, esportazione, notifica e quant’altro, non si fa alcun riferimento all’obbligo di denunciare allo Stato il possesso del bene archeologico, se non di quello scoperto in modo fortuito od a seguito di concessione.

Lo stesso successe con la Legge 490 del 1999, nonché con il citato Codice Urbani.

Lo ripeto: nessun articolo obbligava e obbliga a denunziare il possesso del Bene Archeologico se non è un ritrovamento fortuito o scoperto a seguito di concessione pertanto, da sempre per lo Stato Italiano il Cittadino poteva e può tranquillamente acquistare, vendere e collezionare un bene archeologico.

Ma, allora, essendo queste le Leggi, che cosa è successo? Perché si è creata questa guerra fra buoni e cattivi? Perché migliaia di italiani si trovano all’improvviso trattati come criminali ricettatori?

Semplicemente perché in un secolo si è diffuso un “luogo comune”, frutto di un malinteso statalismo, secondo il quale lo Stato è l’unico soggetto titolato a esercitare la tutela del nostro patrimonio artistico e in questo caso archeologico.

La storia secolare, millenaria, del nostro Paese dimostra una cosa diversa. E’ una storia costellata da imprenditori, da mecenati, da privati cittadini che hanno contribuito a formare l’immenso patrimonio per il quale l’Italia è famosa in tutto il mondo.

Peraltro, persino anche alcuni dei più acerrimi avversari della lotta al traffico clandestino hanno dichiarato pubblicamente  che non si potrà mai fare una vera lotta allo scavo clandestino, alla quale tutti ci associamo, senza passare attraverso una “sanatoria”: mi riferisco per esempio a un Pubblico Ministero, il dott. Paolo Giorgio  Ferri, che  in  occasione  di un  “Convegno  sul   traffico   illecito  di   cose d’arte” nel 2001 ha auspicato che il Legislatore emanasse un provvedimento in questo senso;  o il Generale Roberto Conforti, lo storico Comandante del Nucleo di Tutela Patrimonio dei Carabinieri, il quale in più occasioni ha auspicato il varo di una misura che “bonificasse” il mercato antiquario. Quando Conforti andò in pensione, annoverò la mancata approvazione di una “sanatoria” come il principale rammarico della sua carriera.  

E allora?

E’ evidente che questa logica persecutoria verso chi propone questa norma deve finire e credo, anche se il condizionale è d’obbligo, stia finendo.

D’ora in poi parliamo solo di quale traguardo vogliamo raggiungere e mettiamoci al lavoro in modo fattivo e semplice. E non dimentichiamoci, lo ribadisco, che siamo sempre stati un Paese di collezionisti. Tutti i nostri grandi Musei partono da un nucleo originario costituito da collezioni Private.

Se si riuscisse finalmente a varare questa norma otterremmo risultati importanti: verremmo a conoscenza di tutto il nostro patrimonio archeologico privato, con grande vantaggio per gli studiosi; recupereremmo tutti gli oggetti veramente rubati e denunciati alle Autorità; azzereremmo centinaia di procedimenti e processi (che si chiudono sistematicamente a favore dei privati) risparmiando tempo e denaro pubblico. Apriremmo gli occhi ai collezionisti incauti acquirenti di cose false o frutto di ricettazione; permetteremmo ai Collezionisti di comprare alla luce del sole. E soprattutto potremmo avvalerci della competenza dei giovani laureati, anche di questa università, per catalogare le opere oggi “sommerse”, dando loro un’opportunità di ingresso in questo settore così strategico per il nostro Paese.

Insomma io spero veramente che si riesca in questa legislatura, finalmente, ad approvare una legge che segni un “punto e a capo”.

So che il Ministro Bondi ha piena disponibilità di occuparsene. Lo si faccia con le dovute cautele, ponendo paletti, stabilendo criteri utili, ma anche pratici, senza cioè pastoie burocratiche, quelle che spesso rendono cattive anche norme varate con ottime intenzioni.

Ma, vi prego, mettiamo al bando paure, moralismi, condanne preventive e tutta la presuntuosa cultura del sospetto.

Tutti, almeno tra i presenti, abbiamo a cuore il nostro patrimonio archeologico.

Dobbiamo cercare solo le misure più adeguate per tutelarlo e conoscerlo al meglio. Io sono fiduciosa che questa sia la volta buona. Speriamo. 

Articoli correlati sul nostro sito:

Milano. Il patrimonio archeologico nascosto e quello recuperato.

 Articolo di Vittorio Schieroni per Eosarte

Archeocondono, Cocci, serve il censimento. I privati posseggono un immenso patrimonio archeologico «sommerso»

articolo de Il Tempo , Claudio Lo Tufo

Documenti, Milano, il testo de l’intervento di Pino Bianco allo IULM su “Il patrimonio archeologico nascosto: ruolo delle Forze dell’Ordine e problematiche legislative”

Lascia un commento