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Maurizio Marini: qualcosa di più sulla sua formazione

di Pierluigi Massimo Puglisi
La nostra frequentazione, l’amicizia fraterna che proprio quest’anno avrebbe compiuto
sessanta anni, non può essere compressa in 4000 battute, ma va detto subito
- per capire meglio la formazione culturale di entrambi - che il connotato che si
vedeva in noi fin da ragazzi e che poi crescendo si è confermato, era quello di essere
fortemente individualisti, il che consolidò e rese durevole la nostra amicizia.
Senza rendercene conto, ma per un processo del tutto naturale e spontaneo, avevamo
entrambi la vocazione per la non omologazione, per la conquista da soli della vita,
dove quello che non ti viene offerto te lo inventi, anche nel lavoro.
“Ma che vuol dire storico dell’arte?” chiedeva sua madre alla mia, e aggiungeva preoccupata,
“Signora glie lo dica lei di lasciar stare..” Chissà cosa rispondeva mia madre
che aveva un marito pittore…
Maurizio Marini, “Ritratto di Pierluigi Massimo Puglisi”, 1962

Poveri (ma belli, allora, e Maurizio che molto magro somigliava ad Elvis era un gran
piacione) di famiglie piccolo o piccolissimo borghesi, entrambi divoravamo musica,
libri e arte. Maurizio era bravissimo a disegnare moto e auto: erano avveniristiche,
insomma preannunciavano il design, termine che nel nostro vocabolario entrò solo
diversi decenni dopo.
Ci accomunava l’orgoglio del voler sapere, scavare, frugare nelle pieghe delle cose.
Un esempio importante per entrambi ci veniva dalle inchieste di Sergio Zavoli, una
novità, quasi un mito, che fece epoca nel giornalismo, per il metodo, il linguaggio e
l’onestà intellettuale. Certamente ci influenzò molto
La musica, il rock che era agli albori, per fortuna ci aiutava dandoci l’entusiasmo che
ci era necessario come l’aria per avere il coraggio di affacciarci al mondo: certamente
Elvis e Little Richard, ma a pensarci bene, fin da allora più che i famosi o quelli di
cui si percepiva un successo quasi imminente, seguivamo con una attenzione quasi
maniacale tutti i meno noti, gli Eddie Cochran, i Buddie Holly, i Roy Orbison, tanto
per capirci. Insomma grande attenzione per i cosidetti “minori”.
Pierluigi Massimo Puglisi
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Diverso invece il discorso sull’arte e la ricerca sulla pittura che i tanti amici molto
poco condividevano: cominciò nei primi anni di liceo, lui faceva l’artistico a Via Ripetta,
io lo scientifico all’Avogadro, ma entrambi preferivamo le gallerie d’arte contemporanea
alle nostre aule e ce ne partivamo, spesso a piedi, dalla nostra Piazza di
riferimento, Piazza Santa Emerenziana nel quartiere africano, facendo quasi sempre
lo stesso percorso fino al centro, in direzione di Piazza Barberini: quando era molto
freddo c’era una tappa confortevole all’istituto Gramsci che all’epoca era in Via Boncompagni,
dove il fascino delle biblioteca ci segnò per sempre, dandoci confidenza
con i libri, ma anche un amore smisurato per l’oggetto “libro” che non ci ha mai
lasciato, e chi ha visto il suo studio o il mio sa cosa voglio dire.
In quegli anni, quando le riproduzioni a colori erano un lusso che pochi editori si
concedevano, Maurizio a forza di insistere cominciò ad ottenere libri d’arte importanti
quasi a nolo dalla bellissima libreria Bocca che stava all’angolo di Via delle
Carrozze, e fu per lui un grande passo avanti.
Tutto si svolgeva in Piazza di Spagna e dintorni, e il pellegrinaggio iniziava dalla
Marlborough di Via Gregoriana per passare a Il Segno, e all’Attico di Sargentini per
poi passare a tutte le altre: La Salita, Russo, la Medusa, fermandoci a curiosare con
tante domande ai restauratori – specializzati nei rifoderi - che avevano bottega proprio
accanto al portone di Bruni Sakraischik. Il percorso proseguiva via via in tutte le
altre per approdare alla Nuova Pesa.
La cosa andò avanti anche nel periodo universitario, ed era una specie di mania:
il mondo delle gallerie, dei corniciai e dei marmorari ci pareva casa nostra. Un po’
meno quello delle Chiese e quasi niente quello degli antiquari, allora.
Discutevamo molto, ma soprattutto assorbivamo arte e novità: in quegli anni Roma
era molto aperta e generosa: ci entusiasmò con l’informale e il materico più che con il
figurativo: Bacon, Rotko, Hunderwasser, Capogrossi e Burri, Corpora e Afro, Moreni
e Sadun erano in un certo modo il corrispondente del rock e del jazz e ci dettavano
il ritmo: dipingeva mio padre, dipingeva Marini, e finii per caso a dipingere anch’io.
Tutte cose diversissime fra loro, e si discuteva spesso.
Erano sopratutto anni di dibattito ideologico – realismo socialista o informale, Guttuso
o Fontana?
Vedevamo con onnivora bramosia tutto quello che passava il convento seguendo
come tutti la polemica giornalistica, ma anche parlamentare, fra l’arte borghese e
antiborghese, l’intellettuale organico e la rivoluzione prossima ventura via via fino al
crollo delle ideologie e PierPaolo Pasolini.
Maurizio era allievo di Guttuso ed era a finito come tutti per esserne influenzato
nella formuletta del segno nervoso che non mi convinceva affatto, e quindi discussioni
a non finire, cercando conferme o distanze nei giornali che in questo clima ci
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sguazzavano, indottrinandoci con promesse rivoluzionarie, leggende o anatemi, ma
anche con censure ben mirate, sulla formula saccentella di “questo è bello e questo
no, sono io a dirtelo e ci devi credere”.
Noi credevamo allora – eravamo ragazzi di periferia ma già post ideologici- che dopo
qualche tempo tutto questo sarebbe passato, perché nell’ingenuità dei nostri anni
giovanili, quelli della formazione, non avevamo buoni motivi per non credere che la
ragione alla fine avrebbe prevalso sulla conservazione, che il successo vero dipendesse
dalla bravura e non dalla momentanea fama e dal clamore della grancassa, e comunque
certamente non dalla tessera politica che casomai era solo una testimonianza
di appartenenza, ma sembrava anche un atto di richiesta di protezione, insomma
credevamo in quello che dopo chiamavamo semplicemente ”il merito e la libertà di
espressione”.
Automaticamente questa libertà si traduceva in una non-protezione politica, ma
l’ombrello della tessera ci sembrava una roba per dei senza talento, anche se le nostre
famiglie e gli amici più furbi o avveduti scuotevano la testa: “Speriamo sia come dite
voi, ma sarà difficile”.
Poi Maurizio disegnava auto avveniristiche, e quelle erano proprio sue, quindi senza
il segnaccio guttusiano che faceva da imprinting ai suoi allievi, e, sperando in qualche
auspicabile premio-acquisto, partecipava a concorsi di arte sacra, finchè una volta per
fare il fondo di un dipinto si mise alla ricerca di un colore che fosse “scuro, ma non
cupo, quasi come fosse antico”.
Girellando per il centro finimmo per entrare in Sant’Agostino, e ci trovammo davanti
alla Madonna dei Pellegrini.
Lì iniziò, con quel dipinto di Caravaggio, la svolta che lo portò dopo qualche anno
di sparizione, ai due libri del 1974, la grande monografia su Caravaggio e il delizioso
libretto sui Pittori a Napoli 1610- 1656 edito con Bulzoni, non sempre citato nella
sua bibliografia.
Mi sembrò già evidente che quantomeno la citazione del metodo dell’inchiesta senza
paura sommata all’attenzione verso il frugare fra le pieghe dei fatti e dei documenti,
era divenuto un connotato del suo metodo, lasciando se disponibile spazio per un
ulteriore percorso ad antiquari o storici, insomma il suo non era un metodo di ricerca
ideologizzato e definitivo, ma sempre pronto ad ulteriori approfondimenti
La nostra frequentazione ricominciò intensa dalla primavera del 1978, in seguito
allo scoppio e incendio del palazzo di famiglia di mia moglie nel centro di Arezzo.
C’erano arredi e quadri antichi di grande qualità e quantità. Faccenda dolosa in cui
quasi tutto andò bruciato, e quindi avvocati, tribunali, stime, perizie e anche esperti
d’arte. Su una vecchia 600 Maurizio ed io venivamo ad Arezzo, e qui rimanevamo
ospiti in una vecchia villa di famiglia, in cui facevamo, lui molto più di me, colazioni
che risultavano epiche per la vecchia cuoca, ingurgitando di tutto la mattina presto
per poi lavorare sodo fino alla sera. Il lavoro assieme durò parecchie settimane, e
su questa scia proprio Maurizio mi spinse a proseguire, suggerendomi l’approccio
all’antiquariato non più solo come passione hobbystica, ma come vera professione,
ripartendo quindi dalla necessaria gavetta, ma sfruttando tutta l’esperienza giornalistica
e artistica degli anni precedenti.
Col mondo antiquario del resto Maurizio aveva una grande dimestichezza spesso trascurata
nelle sue biografie, essendo entrato a far parte del Collegio di Consulenza della
Biennale di Palazzo Strozzi nel 1979 per rimanervi per quattro edizioni, cioè fino
1985. Dunque la sua era già in quegli anni una frequentazione al massimo livello col
mondo dei mercanti e collezionisti di arte antica, tuttavia un mondo sconosciuto per
me che pur avevo navigato nell’arte fin da ragazzino.
Fu, credo, una delle esperienze più belle della nostra storia di amicizia e di lavoro: gli
altri trentasette anni sono volati alla svelta, in una collaborazione discontinua, in una
frequentazione sempre molto confidenziale e sincera, quella che solo vecchi amici
possono avere e che è durata fino a poche settimane prima della sua scomparsa, quando
ci siamo visti per una polemica giornalistica, stavolta su un Guercino ritrovato,
che lo amareggiava e di cui non mi sembrava avesse chiare le ragioni .
Ma la libertà dei solisti ha dei costi e spesso le persone libere si bagnano, girando
senza ombrello e senza tessera, e questo sia tenuto ben presente.

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