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7 Feb 2008

Le botteghe dei tesori ritrovati Fra tecnologia e tradizione, ecco i maestri del restauro

Quello che la gente dell’arte e del restauro deve sapere
Nel cantiere del Petruzzelli sono impegnati 30 giovani . La scuola pugliese è nota “Ma il ministero ci snobba”

Pubblicato su La Repubblica, Bari, Antonella Gaeta

L´atto del restaurare accoglie chi lo compie nella sostanziale immortalità dell´opera d´arte. Nei secoli successivi il suo intervento farà parte della storia di quel pezzo. Non se ne potrà prescindere: nel bene e nel male. Un lavoro importante, che spesso è difficile fare serenamente se non su alcune isole felici. È il caso del cantiere del teatro Petruzzelli, che in questi anni si è trasformato in laboratorio di alta formazione per un gruppo di 30 giovani restauratori. Come racconta Giorgio Funaro, responsabile del restauro di tutto l´apparato decorativo interno al Petruzzelli, del restauro dei palchi e del proscenio rimasti e della parte ricostruttiva. Il tutto con una Ati (associazione temporanea d´imprese) condivisa con il collega Maurizio Lorenzoni.
«A pochi credo sia capitato il restauro di un teatro così grandioso dal punto di vista decorativo - spiega il professionista romano - Bisognava affrontarlo utilizzando tecniche ormai obsolete con cui era stato costruito. E per farlo abbiamo realizzato cantieri-scuola». Hanno selezionato giovani dell´Accademia delle belle arti o restauratori già operanti e un buon lavoro è stato possibile grazie alla loro duttilità. Non solo: Funaro ha messo su un laboratorio per la ricostruzione dei modellati. «Anche lì sono emerse tutte le qualità dell´artigianalità e sono già arrivate proposte per queste maestranze che possiedono tecniche ormai antiche».
Un laboratorio consolidato in mezzo secolo è quello della soprintendenza Psae (Patrimonio storico artistico ed etnoantropologico) di Bari e Foggia, diretto da Fabrizio Vona nel convento San Francesco della Scarpa a Bari vecchia. Qui s´avverte l´effetto della mancanza di investimenti da parte del ministero dei Beni culturali. Non ci sono nuove assunzioni e il laboratorio si andrà estinguendo con i pensionamenti. «La più giovane del gruppo, composto da una quindicina di professionisti, ha 48 anni. E da tempo non arriva più nessuno». Anche il laboratorio di falegnameria è stato chiuso con l´ultimo falegname. A ripopolare i ranghi non ha aiutato il decreto ministeriale 156 del 2006, che richiede per i restauratori una formazione universitaria. Ma mancano strutture adeguate a fornirla, salvo l´Istituto centrale del restauro a Roma e l´Opificio delle pietre dure a Firenze (tutte a numero chiuso). E se alcune università italiane si stanno attrezzando, non accede la stessa cosa in Puglia. Dove sono attive realtà come l´Enaip di Barletta, che può abilitare solo il collaboratore al restauro.
Il problema si pone per i restauratori più giovani, che si sono formati a bottega e che devono in maniera operosissima cercare di attestare le loro capacità. A subire duramente gli effetti di questo decreto, per esempio, è la giovane restauratrice Simona Iacovazzi, che ha deciso di lasciare la Puglia. «Faccio parte di quei restauratori che hanno imparato negli anni a bottega e che ora non capiscono se sono ancora qualificati o no». Inoltre spesso è difficile trovare lavoro perché si diffonde l´abitudine di affidare i grossi restauri a imprese edili che non poi non distribuiscono lavoro. Opere da restaurare non mancano, tuttavia, e basta farsi una passeggiata nel laboratorio di San Francesco, dove in un pomeriggio si coccola un crocifisso del Trecento o una Pietà del Cinquecento fino a quando il colore non torna dall´opaco dei secoli. Sempre qui c´è una rarità, il laboratorio per il restauro delle armi, mentre quello di ceramiche è stato chiuso e ne occorrerebbe uno per i tessuti.
«La Puglia - aggiunge Vona - può contare nella facoltà di Matematica sull´ottimo corso di diagnostica, una disciplina ormai fondamentale». Molti i restauratori che svolgono questa professione in Puglia, terra ricca di bellezze d´arte, e che per il recupero hanno spesso un baluardo nella committenza delle chiese. «C´è lavoro - racconta Rocco Rinaldi, restauratore di fiducia della soprintendenza - e noi pugliesi francamente sappiamo il fatto nostro». E se a lui è capitato di commuoversi durante un lavoro, complice un canto gregoriano, rifarebbe questa professione il suo collega Giuseppe Vittore, che ha fondato la ditta Ikonos. «Certo non c´è da diventare ricchi - riconosce - ma è un lavoro straordinario. Anzi, unico».

  1. 1 Comment(s)

  2. By francesca di nardo on Set 11, 2008 | Reply

    ciao,sono Francesca,ho 31 anni,sono restauratrice, anche se non sono uscita dall’istituto centrale del restauro o da altre grandi e rinomate scuole.
    Purtroppo non tutti hanno la possibilità di cambiare città per poter studiare in scuole del genere perchè questo comporta costi notevoli, per cui mi sono dovuta accontentare di un corso regionale indetto nella mia regione,la campania,con la durata di 2 anni.
    Io sono sicura del fatto che la formazione data da una scuola anzi che da un’altra non implichi in maniera assoluta la bravura e la preparazione di un individuo,bensì,è la passione con la quale si studia negli anni che la caratterizza!!!!
    Credo,inoltre di metterci tutta la passione e l’amore nei restauri che eseguo,dai più semplici ai più complicati.
    Questa passione che mi spinge ogni giorno a continuare a lavorare in questo campo senza arrendermi mai!!!
    Superando le difficoltà e gli ostacoli che mi si presentano ogni giorno,lavorare nella mia città,Napoli non è una passeggiata,è una continua lotta!!!
    Ora aspetto un bimbo,quando si farà un po’ più grandicello, spero di riuscire a trasmettergli l’amore per l’Arte!!!
    buona giornata a tutti!

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