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21 Mar 2007

Relazione prodotta dal Tavolo di lavoro “Per l’arte contemporanea”

letta da Luigi Martini nell’audizione del 21 febbraio 2007

Commissione Cultura Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati

Indagine conoscitiva sulle problematiche connesse al settore dell’arte figurativa italiana, con particolare riferimento alle condizioni della sua esistenza e sviluppo”

Relazione prodotta dal Tavolo di lavoro “Per l’arte contemporanea”

letta da Luigi Martini

Nell’audizione del 21 febbraio 2007

On Presidente, on.li Deputati,

decidendo di avviare una indagine conoscitiva sulle “arti figurative” contemporanee avete assunto una decisione storica, perché, per quanto ci risulta, è la prima volta che un organo del Parlamento italiano, negli anni della Repubblica, decide di interessarsi delle “arti figurative” per capire in che stato versano, e con esse, in quale stato versa la società, la comunità nazionale. Ciò è già, di per sé, un merito grande della Commissione Cultura Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati, una decisione della quale vi siamo molto grati; ma così facendo crediamo vogliate assumervi la responsabilità di andare oltre la normalità del rapporto fra politica e “arti figurative” per come si è configurato nella prassi del nostro paese, ci auguriamo che desideriate ingaggiare una sfida inusuale, sottolineare la funzione permanente dell’arte, capire realmente la situazione in cui si trova, scavare nei vari campi professionali che la riguardano, indicare e sospingere l’approvazione di provvedimenti normativi da parte dello Stato che aiutino il pieno dispiegarsi della creatività del nostro paese in questo campo. Ma, sopra ogni cosa, dislocare l’attività dello Stato italiano, ad ogni livello, dalle sue istituzioni rappresentative a quelle d’arte, su un piano di corretta e coerente funzione democratica, anche nel campo delle “arti figurative”.

Le “arti figurative” e lo Stato

Vogliamo qui rileggere l’incipit con il quale apriva il documento che abbiamo inviato a tutti i Deputati e Senatori della Repubblica in occasione del dibattito sulla “Legge finanziaria” nel novembre del 2006, lo facciamo per confermare le ragioni della nostra presenza e l’atteggiamento che abbiamo assunto. Dicevamo in quel documento: “I sottoscritti artisti delle arti figurative, i curatori, i critici e storici dell’arte, consapevoli della ineludibile necessità di riportare la vita del nostro Paese ad una sana norma, anche sul terreno della correttezza fiscale, che renda il paese più equo e favorisca lo sforzo che l’Italia deve fare per tornare ad essere competitiva in Europa e con l’Europa nel mondo, in un’epoca che impone di affrontare la sfida della crescente globalizzazione multietnica, ritengono che il “sistema dell’arte” italiano debba fare la propria parte. Essere competitivi, in un’epoca di globalizzazione, significa anche proporre l’identità del nostro Paese in un processo che rischia di appiattire le varie identità su un unico modello di sviluppo. Pertanto, pur consapevoli delle proporzioni e delle implicazioni vaste dell’attuale legge finanziaria, riteniamo necessario suggerire ch’essa assuma, nell’architettura portante della propria ispirazione, un concetto di portata identitaria, per cui l’arte e la cultura siano da considerarsi Bene sociale e non Bene di consumo.” Se quell’auspicio non è stato tradotto in norme nel corso della definizione della “legge finanziaria”, e sappiamo che sarebbe stato troppo attenderlo realmente, ci è stata però offerta questa occasione che riteniamo di straordinaria importanza. Per questa ragione vogliamo ripetere a tutti i membri della Commissione quanto avemmo modo di dire a Lei, On. Presidente, che contrariamente alle nostre attese fece il significativo gesto di riceverci e ascoltare le nostre idee e proposte: “Il mondo dell’arte contemporanea e, in particolare gli artisti, non nutre più la speranza che lo Stato affronti le condizioni nelle quali vive, nelle quali crea valori d’arte, cultura e economia”. Dicemmo allora, On. Folena, della sfiducia che si nutriva per la “politica”, e che intravedevamo in quell’incontro un filo di speranza, che ancor più confermiamo per questa occasione che viene offerta, quale un’estrema opportunità per le Istituzioni repubblicane di arginare una deriva di pessimismo motivato verso lo Stato; Stato del quale, invece molti artisti, molti critici e esponenti di altre professionalità che operano nel settore si sentono parte e rafforzano con il loro lavoro artistico o intellettuale.

On. Deputati, sappiate che le stesse “illegalità” che, nel corso del tempo, si sono andate espandendo in questo nostro settore, nel commercio dell’arte, nelle professioni che la riguardano, trovano la principale causa in questa assenza di attenzione sensibile delle istituzioni verso le “arti figurative”, e non solo sul terreno della normativa fiscale. Grazie se saprete invertire sensibilmente e con atti concreti e coerenti questa giustificata sensazione di abbandono, di scarsa sensibilità culturale che gli organi dello Stato e molte istituzioni d’arte hanno manifestato verso il paese, verso dei protagonisti veri della sua vita culturale.

Come ebbe a scrivere Gino Severini, subito dopo che il nostro paese si fu liberato dalla tirannia e dall’occupazione militare, “la natura del lavoro degli intellettuali e degli artisti è tale che merita di essere considerata e studiata a parte, se si vuole includere organicamente quel lavoro, che deve essere assolutamente libero, in un ordine sociale.”. Poi, rivolgendosi al proprio mondo, aggiunse: “Sarà quindi prudente che gli artisti stessi provvedano a difendersi contro ogni minaccia alla loro libertà, contro lo sfruttamento di ogni natura, contro il mercantilismo esagerato, le persecuzioni fiscali, e le burocrazie statali … . Bisognerebbe anche mettersi in grado di evitare le umiliazioni alle quali la “Società” moderna sottopone spesso gli artisti …”. Sono passati 62 anni da quando vennero scritte queste idee, e trenta da quando l’Unesco, decise di organizzare un congresso finalizzato “… a creare un quadro giuridico a livello nazionale e internazionale propizio allo sviluppo della creatività e della pratica dell’arte ….”.

Ebbene, non possiamo dirci soddisfatti di quanto è avvenuto nel frattempo in Italia. Eppure, se l’Italia è un paese autorevole nel mondo lo deve in parte non marginale al patrimonio d’arte che ha saputo produrre, al fatto che nei secoli gli Stati che hanno retto le sorti della nostra penisola, il potere economico e politico, quello religioso e privato hanno investito nell’arte e sugli artisti loro contemporanei.

Oggi, “Arte” è una parola che sembra assumere contorni imprecisi, pare far riferimento a tutto e di più; viene chiamato artista il cantante di musica pop, il giocatore di calcio, lo stilista, il partecipante ad un qualsiasi reality, ecc.; è chiamato artista anche un presentatore di festival, un conduttore di trasmissioni di spettacolo.

Ma è così che deve essere? È così che vogliamo che sia?

L’opera d’arte, diceva Roberto Longhi, non dà spiegazioni, può solo esigere risposte argomentate. È cioè un atto talmente autorevole che pone quanti desiderano rapportarsi al suo valore di verità nella condizione di misurarsi con essa. Un’idea alta, un riferimento sommo, per quanti pensano di costruire una comunità evoluta.

L’arte, per sua natura, chiede a quanti desiderano entrarvi in relazione indipendenza ideologica e intellettuale. D’altra parte, come si potrebbe apprezzare, ad esempio, l’arte antica nata in epoche e culture lontane dalla nostra se non sapessimo guardarla da un punto di vista libero e laico?

L’arte è di per sé dialettica, mai asseverativa; educa al dubbio, ad interrogarsi. Il confronto con l’opera d’arte è continuamente intessuto di domande, scoperte, conoscenza.

Ma quanto sta avvenendo in questo tempo nostro corrisponde ai concetti appena esposti?

Pensiamo di potere affermare che non è così. Mentre si dice che l’”Arte” non può appartenere a schieramenti, essendo universale, quindi bene comune, e ciò sembra espressione di un parere condiviso (anche se un po’ intriso di retorica e ambiguità); sfugge una questione più seria, dietro le parole infatti si sono insinuati i numeri. Oggi il valore dell’opera d’arte, la sua autorità, si misurano con i numeri: quelli che vengono definiti nelle assegnazioni d’asta; quelli stabiliti dal numero di visitatori alle mostre. Come afferma un artista a noi contemporaneo, poco ci si domanda quale sia il rapporto fra opera d’arte e visitatore; mentre l’opera d’arte, creazione solo del suo autore, dovrebbe appartenere a chi sa evocarla, riconoscerla e immaginarla. Avviene così? Rarissimamente. Eppure l’opera d’arte è viva e necessaria fino a quando produce riflessioni che conducono le persone a confrontarsi con i propri e gli altrui convincimenti; diventa inutile e inerte – salvo che alle politiche turistiche e degli organizzatori di eventi – quando per riconoscerne il valore ci si affida ai prezzi raggiunti, al numero dei visitatori, in una inedita versione dell’auditel del prodotto espositivo.

Le mostre nel nostro paese impazzano, sempre più costose, insopportabilmente costose, ideate e programmate per ottenere grandi flussi di visitatori, e gli assessorati alla cultura sono oramai poco dissimili dagli assessorati al turismo per le finalità che perseguono. Si dirà, ma allora siete contro le mostre d’arte di alto impatto mediatico, di forte richiamo per il pubblico. Non è esattamente così, vorremmo che ci si interrogasse se la programmazione delle Istituzioni d’arte, dei Comuni e delle Regioni, gli investimenti in atto nel settore, favoriscano o meno la conoscenza piuttosto che la notorietà.

Un’altra domanda vorremmo suggerire. Le istituzioni pubbliche, o quelle che vivono di forti sostegni pubblici, realizzano una programmazione che garantisce il confronto fra le diverse ricerche italiane, e fra queste e la creazione artistica internazionale? Da molti decenni le istituzioni pubbliche del nostro paese hanno perso questa virtuosa funzione, vengono dirette secondo orientamenti “ideologici” (e non crediate che per ideologia si intenda qui la sua versione politica, piuttosto quella di carattere teorico/estetico che fa da sostegno e cementa il sistema di potere esistente all’interno del mondo dell’arte, talmente forte da dettare i comportamenti della politica di settore). È possibile intervenire per limitare un processo esterofilo nell’arte – che è esattamente il contrario dell’azione per la diffusione della conoscenza di ciò che viene prodotto nel mondo – che impedisce di approfondire la conoscenza vera di quanto si crea in arte nel nostro paese, e che spinge sempre più all’uniformità dei linguaggi e delle ricerche, mentre le “arti figurative” – ma se guardiamo bene la cultura in generale – vive della diversità, della non omologazione? E ad indurre a questa china sono le massime autorità delle istituzioni d’arte italiane che ambendo ad entrare nel novero del potente sistema di potere artistico internazionale, pensano di poterlo fare offrendo uno sgabello – le sedi museali italiane, i grandi investimenti – a quanti sono insediati ai vertici internazionali dell’arte (artisti internazionali, direttori di Musei e Fondazioni delle più potente nazioni del mondo, curatori e critici internazionali). Siamo persino arrivati a sopprimere il Padiglione italiano nella Mostra Internazionale d’Arte di Venezia. In questo modo si produce solamente una forma di cosmopolitismo culturale che è parente diretto dell’omologazione a cui si giunge quando non si riescono a produrre idee proprie, supina; producendo nello stesso tempo una sorta di Circo Barnum, dove a recitare sono sempre gli stessi, purchè lo “spettacolo” continui, e anche ad alcuni italiani venga riservata una piccola parte. L’esatto contrario di un paese attento alla conoscenza internazionale, autorevole e capace di misurarsi con essa, forte così nell’affermazione dell’idea di multiculturalismo artistico interno e planetario.

Ecco perchè desideriamo richiamare le Istituzioni rappresentative dello Stato, ad ogni livello, e le Istituzioni pubbliche vocate all’arte contemporanea a garantire la democrazia, il confronto paritario fra le diverse ricerche, i molti linguaggi che le “arti figurative” italiane producono.Nella sostanza, è possibile chiedere e ottenere pari opportunità per le diverse tendenze?

Ecco perchè chiediamo che le Istituzioni pubbliche e d’arte locali non continuino a cedere alla tentazione di trasformarsi, ognuna di loro, in un piccolo Museo internazionale programmando versioni ridotte, quando non cascami, delle mostre internazionali dei grandi musei o spazi espositivi privati, prosciugando le casse della cultura pubblica in mostre senza peso. Noi pensiamo che le Istituzioni locali, a cominciare dalle Gallerie Civiche, possano svolgere una funzione internazionale se riescono in primo luogo a leggere la produzione d’arte di valore che nel proprio territorio e in quello circostante viene emergendo, e che il sistema dell’arte oramai ha relegato nella marginalità più totale, favorendo, mettendola così a confronto con quella nazionale e internazionale.

A nostro parere, queste sono le prime domande che chi è chiamato a dirigere la cosa pubblica, a legiferare, dovrebbe farsi. Questa è la prima funzione che lo Stato, mentre decide di imprimere una linea di sviluppo in materia, deve affermare. Alzi la testa la politica, non per dirimere le questioni estetiche nell’arte, ovviamente, ma per dire e affermare la democrazia del confronto anche nell’arte. Diriga e non si lasci dirigere, promuova scelte di direzione nei Musei e nelle Istituzioni d’arte che garantiscano il confronto e non le scelte unilaterali e omologanti. Di fronte alla politica, al parlamento, ai consigli comunali e regionali, ai governi, ci sono i cittadini, che hanno il diritto di capire cosa avviene nella creazione artistica di un paese e del mondo.

Se i provvedimenti che la Commissione promuoverà andranno in questa direzione sarà possibile condurre, con maggiori possibilità di affermazione, lo sviluppo dell’Italia verso la conoscenza, la consapevolezza critica, la maturità; diversamente, la deriva non potrà che accentuarsi, favorire l’arte di arrangiarsi, le “povere” pratiche del sopravvivere. E ciò farebbe, sempre più, di una nazione autorevole per l’arte che ha saputo produrre e conservare, una penisola afona; di conseguenza incapace di offrire nella contemporaneità l’apporto alto che può dare alla costruzione dell’Europa e della convivenza civile all’interno del paese e del mondo.

Arti figurative” o “Arti visive”?

Dopo queste primarie considerazioni, vorremmo accennare ad una questione, prima di altre.

È in atto da tempo un confronto anche nel definire l’oggetto, la materia, sulla quale la stessa Commissione Cultura Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati ha deciso di avviare l’indagine conoscitiva. Parliamo di “arti figurative”, come noi riteniamo sia corretto definirle, oppure di “arti visive” come molti preferiscono chiamare questo territorio dell’arte? Lo sviluppo delle tecnologie per la produzione di immagini, delle ricerche, dei linguaggi espressivi, ha esteso a dismisura il territorio delle arti contemporanee; ma mentre ai tempi dell’avvento della fotografia, quindi del cinema, nessuno pensò di potere unire in un unico campo le diverse arti – e non solo perchè queste ultime erano riproducibili (lo erano già anche la litografia e, prima ancora, la xilografia e l’incisione) –; negli ultimi decenni molti linguaggi, molte creazioni “figurative” prodotte con tecnologie e modalità espressive le più diverse, sono state ricondotte in un unico campo. Così le “performance” sono state unificate alle “arti figurative”, e non si capisce bene perchè non siano state assimilate al teatro; le “istallazioni” altrettanto; la “videoart” pure (e perchè non nell’ambito della televisione, all’interno della quale viene spesso utilizzata, o della produzione delle immagini attraverso il computer, “computergrafica”), ecc. In questo modo si è creato un territorio confuso, dove si esprimono linguaggi, di fatto, incomunicabili fra loro, tenuti insieme solo per interesse o debolezza della critica d’arte, dei curatori e dei direttori dei Musei, spaventati di fronte all’idea di perdere il contatto con ciò che viene erroneamente considerato più attuale, moderno, contemporaneo. Eppure si tratta di una enorme insensatezza che crea una babele di lingue incapaci di relazionarsi fra di loro, Biennali d’Arte e Mostre nazionali e internazionali discutibili, confusione e delusione fra molti collezionisti e operatori. Anche questo aspetto della condizione delle “arti figurative” deve essere tenuto in considerazione quando si andranno a definire “i profili più rilevanti e funzionali ad un eventuale intervento normativo”.

Sappiamo bene che non è responsabilità della politica, né tantomeno delle Istituzioni rappresentative, dirimere questioni del genere, ma se, nel corso di un’indagine conoscitiva voluta e condotta da chi ha la responsabilità di produrre indicazioni di lavoro normativo, lo fa con il desiderio di comprendere ciò che avviene e ciò che mal si spiega, non può che favorire la chiarezza e, in qualche modo, il confronto anche fra gli addetti ai lavori. Non fosse altro per la ragione che le norme, gli indirizzi dello Stato, saranno più efficaci quanto più si interviene su un settore della vita nazionale ragionevolmente spiegabile.

Le debolezze del sistema delle “arti figurative” contemporanee

Le “arti figurative” sono espressione e risultanza di linguaggi che non prevedono possibilità di riproduzione industriale o comunque di impresa – diversamente dal cinema o dalla musica, ma anche del balletto o del teatro, ecc. –; non sono pertanto in grado di produrre proprie forme di rappresentanza autorevoli e potenti, capaci di offrire analisi comparate, esercitare forme di pressione o di lobby. Gli organi di informazione non ne trattano con l’attenzione socio culturale adeguata, anzi quando ne parlano lo fanno semplicemente come cassa di risonanza di un sistema dedito prevalentemente alla propria autoconservazione – tanto è vero che non troverete quasi mai nell’informazione e nella critica d’arte pubblicata o televisiva stroncature di mostre o di libri d’arte, reale confronto di idee –, oppure limitando la propria funzione a quella di veicoli di promozione turistica delle “grandi mostre”.

Le “arti figurative” sono, nei fatti, composte da un mondo di individui che operano senza veri supporti collettivi e/o organizzativi, che vivono nel più totale anonimato; l’essere solitari per gli artisti, ad esempio, costituisce la norma. E non ci si lasci ingannare dal clamore che qualche artista, in alcune occasioni, riesce a produrre e sollecitare attorno al proprio lavoro; e anche per questa natura del settore, probabilmente, le istituzioni non si sono poste il problema. La qual cosa produce dequalificazione dello stesso mercato dell’arte.

La debolezza mediatica di questo mondo, l’insufficiente visibilità che lo caratterizza, offrono una sponda a quanti preferiscono distrarsi rispetto al problema in essere e, in questa situazione, ogni provvedimento preso da quanti svolgono compiti di governo nel paese, ad ogni livello, non tiene conto della particolarità nella quale operano i diversi soggetti che compongono il sistema delle “arti figurative”, contribuendo così a produrre ineguaglianze, ingiustizie sociali e culturali, promuovendo economia sommersa e la scomparsa di molti soggetti. Manca, inoltre, a chi deve legiferare o deliberare una conoscenza reale delle condizioni in cui operano i diversi protagonisti – artisti, storici e critici, istituzioni museali e accademie, gallerie private e collezionismo, fondazioni e editori, ecc. –, ma anche su quanto sia cambiato il sistema delle “arti figurative” contemporanee negli ultimi due decenni, sul suo volume di affari, sulle difficoltà nelle quali si dibatte, sull’assenza di qualsivoglia organismo rappresentativo, su come si muovono le istituzioni d’arte moderna e contemporanea e in quali condizioni agiscono.

I dati di settore

Sarebbe indispensabile possedere una documentazione attendibile della situazione del settore, almeno su una serie di questioni:

a. quanti posti di lavoro determina il mondo dell’arte

b. quale è il fatturato di settore

c. quanti e quali sono gli spazi dove si fa compravendita d’arte

d. quale è il giro d’affari delle fiere d’arte

Ad oggi dati certi provengono esclusivamente dal mondo delle aste, da quello delle gallerie nulla, dalle fiere d’arte assai imprecisi.

Inoltre. Quanti sono gli spazi dove si realizza compravendita di opere d’arte che non possiedono le caratteristiche primarie di impresa professionale?

Sarebbe necessario promuovere, tramite un organismo da creare o tramite apposite indagini, uno studio che fornisca dati approssimativamente credibili.

La legislazione in essere

Non intendiamo in questa sede esaminare la Legislazione italiana che incide sul settore delle “Arti figurative”, desideriamo solo evidenziare la sua complessità e frammentarietà, la qual cosa ostacola il positivo fluire, il corretto dispiegarsi di quanti operano in questo campo – dal Parlamento fino agli artisti o ai galleristi –. Ricordiamo che quando, dieci anni orsono, chiedemmo ad un Senatore della Repubblica di documentarsi sullo stato della legislazione del settore, e questi chiese al Servizio studi della Camera dei Deputati di compiere una ricerca, dopo qualche mese ci vennero offerti dal nostro amico Senatore due volumi: uno riservato alla Circolazione dei beni culturali, composto di 483 pagine; l’altro sul Commercio dei beni culturali, di 263 pagine. E, come si può ben capire, si tratta solo di due segmenti dei tantissimi che andrebbero documentati, esaminati e riconsiderati. Nella sua filosofia di base, il limite maggiore della legislazione italiana in materia ci pare risieda nella volontà che esprime di voler prevalentemente regolamentare, di non farsi sfuggire qualcosa, piuttosto che di promuovere, di favorire la crescita professionale e d’impresa del settore, di incentivare il confluire di risorse private per la crescita delle “arti figurative” contemporanee, moderne e non solo.

Gli artisti, il loro stato, le possibili prospettive

Chi sono gli artisti? In quali condizioni operano? Quali sono le loro condizioni di vita? Ci siamo chiesti su quale base di conoscenza il legislatore abbia fino ad oggi operato le proprie scelte. È ovviamente impossibile definire un quadro capace di rappresentare le diversificatissime situazioni nelle quali operano e vivono gli artisti. Comunque sia, nella stragrande maggioranza dei casi, l’artista che si esprime in questo ambito creativo è una persona che non possiede, o ne possiede in misura largamente insufficiente, i mezzi per operare, né la sicurezza sociale e di reddito capace di favorire il realizzarsi della propria attività primaria, quella di “creare”. È vero che nessuno impone ad una persona di fare il pittore o lo scultore, ma è altrettanto vero che si tratta di attività che classi dirigenti avvedute dovrebbero favorire e tutelare per il bene della nazione e dell’umanità.

Le esperienze europee presentano, inoltre, una grande eterogeneità di situazioni, passiamo da quelle dove gli artisti ricevono dallo Stato uno stipendio e gli studi per lavorare, a quella italiana, nella quale non è prevista alcuna protezione sociale per gli artisti. L’artista italiano, infatti, diversamente da molte altre categorie, non gode di:

  1. sostegno alcuno da parte dello stato;

  2. cassa malattie di categoria;

  3. trattamento pensionistico di categoria;

  4. aevolazioni per le attività lavorative, come potrebbero essere, ad esempio, le agevolazioni fiscali per potere usufruire di uno studio come luogo di lavoro, crediti agevolati bancari, ecc.;

  5. possibilità di portare in detrazione tutto quanto è indispensabile alla realizzazione del proprio lavoro e alla sua promozione.

Nello stesso tempo però gli è fatto obbligo di tenere la contabilità come un’impresa, piuttosto che limitarla alla sola conservazione delle fatture emesse, e per intrattenere rapporti commerciali, all’artista – lavoratore autonomo così anomalo – è fatto obbligo d’essere in possesso di Partita Iva. Il che lo pone, di fatto, nella categoria dei “Liberi professionisti”.

Ciò implica una serie di condizioni fiscali e di obblighi normativi:

  1. Ritenuta d’acconto pari al 20%

  2. Iva pari al 10%.

Nello stesso tempo, sull’acquisto di materiali, grava sull’artista:

  1. Iva al 20%

Ne consegue che:

  1. Se la vendita di un’opera da parte dell’artista ha un’imposizione Iva pari al 10%, l’artista rischia quasi sempre d’essere in “credito d’Iva”.

In Europa, nello stesso tempo, si registra una marcata diversificazione normativo-fiscale da Stato a Stato, che incide sulla vita dell’artista delle “arti figurative”, e rende oltremodo problematica ogni transazione commerciale nel settore.

Le aliquote Iva applicate al settore in altri paesi Europei sono le seguenti:

  1. Francia: Iva pari al 5,5%

  2. Spagna: Iva pari al 3%

  3. Belgio: Iva pari al 4%

  4. Germania: Iva pari al 7%

  5. Austria: Iva pari 10%

  6. Inghilterra: Iva pari al 17,5% (introduzione recente, giacché in Inghilterra valeva il principio dell’esenzione totale; si tratta però di un paese che gode di un forte mercato internazionale).

E si tenga in considerazione il fatto che esiste una Direttiva Cee, la VII dell’11 gennaio 1978, modificata dalla proposta della XIX Direttiva del 5 dicembre 1984, che prevede per gli artisti la “totale” esenzione dell’Imposta sul Valore Aggiunto per la cessione di opere d’arte. Tale Direttiva però non è stata recepita dall’art. 50 del Dpr del 1986; tanto meno da altri Paesi.

Questo insieme di fattori a fatto sì che, al tempo della “Minimum Tax”, non pochi artisti si siano cancellati dalla Partita Iva: alcuni iscrivendosi all’artigianato, altri optando per la formula di “prestazione occasionale”.

Ebbene, on.li Deputati, se non si vuole por mano all’intera questione, per l’esattezza una ridefinizione del profilo professionale dell’artista delle “arti figurative”, ne consegue la necessità di intervenire con rapidità almeno su questo aspetto, riducendo drasticamente l’Imposta sul valore aggiunto per le opere d’arte e per i prodotti indispensabili agli artisti per dar corso alla loro attività. Fra l’altro, ad onor di logica, un alleggerimento della pressione impositiva (la sommatoria dei loro “fatturati” è modesta), potrebbe restituire allo Stato maggiori introiti (sebbene non di grande peso), e una riduzione dell’attività sommersa. Non va dimenticato che a categorie similari: scrittori e musicisti, già oggi, viene applicata un’imposta sul valore aggiunto pari al 4%.

Agli artisti, sul piano della tassazione, è prevista l’applicazione degli “studi di settore”. Ci chiediamo come sia possibile effettuare studi di settore quando la situazione reddituale è così eterogenea nel settore e precaria nel suo maturare anno per anno per ognuno degli artisti. Su quali basi si possano produrre studi attendibili, come se si trattasse di un segmento ordinario dell’economia nazionale.

Ma noi vogliamo andare oltre, e chiederci, insieme a voi, se l’artista è un “libero professionista”, quando è che diventa tale? Perchè riteniamo che se l’artista delle “arti figurative” deve essere considerato un “libero professionista” è indispensabile che tale sia a tutti gli effetti. Ciò implica che vengano definiti dei misuratori di reddito, dei misuratori delle “prestazioni” professionali; e come si può fare se non esistono quotazioni comparabili e certe? Per queste ragioni desideriamo sottoporre a voi, on.li Deputati, un’ipotesi di lavoro. Si considerino artisti “liberi professionisti” solo coloro che vedono quotata la loro opera nelle vendite d’asta, nelle vendite delle gallerie d’arte e nei concorsi pubblici di assegnazione di opere d’arte, negli acquisti da parte di Musei pubblici e privati, di collezioni d’arte di imprese o singoli privati. Si consenta la detrazione dai redditi degli importi in acquisti di opere d’arte italiane contemporanee fatte da parte di privati collezionisti, così si potrà avere anche un migliore quadro del fatturato dell’arte e uno sviluppo dell’intero settore. Tutti gli altri artisti vengano provvisoriamente considerati fuori dalla categoria dei “liberi professionisti”, finché, individualmente, non raggiungeranno con la loro opera il mercato comparabile dell’arte. Vengano considerati nello stesso modo anche tutti coloro che imboccano questa strada fino a quando non avranno raggiunto una certa età: non prima dei trent’anni? Così si potrebbe favorire l’attività dei giovani che devono avere il tempo di verificare le loro doti in un campo dell’attività creativa complesso come questo. Ecco un modo possibile, sul quale ragionare, per definire uno dei profili professionali più difficili da costruire per il legislatore.

Altri possibili interventi migliorativi

Sulla condizione degli artisti, sullo sviluppo delle “arti figurative” contemporanee, del suo mercato, agisce, seppure in misura differenziata, anche un insieme di altri fattori. Alcuni di questi li abbiamo già annunciati ma li riproponiamo all’interno dei singoli temi. Prima però di passare a questa sintetica disamina, vogliamo sottoporre alla vostra attenzione una figura importantissima nel complesso sistema dell’arte

La critica d’arte

Si tratta di una delle figure chiave della storia dell’arte moderna e contemporanea, una figura “professionale” che ha contribuito, e dovrebbe continuare a contribuire, a costruire e consolidare quel sistema complesso di conoscenze, di cultura artistica, di curiosità intellettuale ed emozionale del cittadino e della comunità di fronte all’opera d’arte. Una figura alla quale è giusto chiedere alto profilo e grande coerenza etica e intellettuale, che sta attraversando una oramai lunga fase di mutazione, con risvolti estremamente problematici, subendo una situazione lavorativa spessissimo di grande precarietà. Senza una osservazione attenta della condizione del critico d’arte, senza interventi che ne favoriscano la professionalità, l’intero sistema ne subisce le conseguenze. Su questa figura, sul suo ruolo, sulle condizioni normative che ne “regolano” il profilo professionale, sulle possibili proposte di intervento nel breve e nel lungo periodo, il prof. Domenico Guzzi consegna oggi una sua analisi scritta alla Commissione, ed è a questa che, on.li Deputati, potrete chiedere ulteriori approfondimenti. Avviandoci alla conclusione, esponiamo in grande sintesi alcuni ulteriori punti, all’interno dei quali troverete idee e proposte di lavoro. Andiamo per titoli:

LA SCUOLA

Parliamo di quella dell’obbligo. Vogliamo solo citare il problema, la formazione al rapporto con l’opera d’arte costituisce il problema centrale, la storia dell’arte viene dopo, probabilmente. In questo campo crediamo ci sia tutto da inventare o quasi. Se non si parte da qui la rimonta diventa proibitiva.

FISCALITÀ, CONTRATTUALISTICA E DIRITTO D’AUTORE

All’interno di questo insieme di problematiche, proponiamo di determinare la detraibilità degli acquisti di opere d’arte da parte di privati e da parte di aziende. E’ essenziale posizionare l’Italia all’avanguardia, in Europa, nella riduzione dell’Imposta sul valore aggiunto riferita alla compravendita di opere d’arte, così come sulle materie e strumenti necessari agli artisti per lavorare. La nuova direttiva europea sul droit de suite, costituisce un’innovazione positiva, ma deve essere gestita con misura e attenzione affinché non produca effetti pesantemente negativi sul mercato dell’arte del nostro paese. Si rivela urgente il riordino della legislazione sui lasciti e le donazioni: i musei anglosassoni sono grandi grazie alle donazioni private. Non si dimentichi mai che la sig.ra Peggy Guggenheim fu impossibilitata a donare la propria collezione di opere d’arte al Comune di Venezia perchè la legislazione italiana prevedeva costi ingenti a carico del donatore; e, dopo di Lei, molti altri collezionisti d’arte sono stati indotti a desistere da questo generoso impulso per le stesse ragioni e per le complesse procedure burocratiche. Nella sostanza un istinto autolesionista dello Stato italiano degno certamente di miglior causa. Per restare a questo nucleo di argomenti, pensiamo che non sarebbe sbagliato porsi il problema se sia plausibile prevedere un contratto di lavoro di settore, capace di incidere sulla vita di molte professionalità, dare loro maggiore certezza del diritto e incentivare la qualificazione professionale di quanti operano nelle “arti figurative” italiane.

LA GESTIONE DEL SOMMERSO E LA QUALIFICAZIONE DEGLI OPERATORI DEL SETTORE

Si tratta di una materia delicata, che può e deve essere affrontata se si mette in moto un processo che favorisca l’affermazione delle “arti figurative” italiane e dei diversi operatori del settore secondo i principi fino a qui enunciati. Non si può ipotizzare alcuna azione positiva in direzione del sommerso partendo o facendo solo una attività repressiva e di indagine fiscale. Si tratta di intervenire in primo luogo per favorire lo sviluppo delle professionalità e delle imprese che vi operano. Per questo l’azione del Parlamento e del governo nella società italiana deve affermarsi attraverso forme di sostegno e incentivazione per quegli operatori che si pongano in modo attivo e positivo su questa strada, che intendano scommettere sulla loro capacità professionale e d’impresa, per la conquista di ruoli realmente nazionali e internazionali, che ipotizzino e realizzino una loro espansione con forme di presenza culturale e organizzativa qualificate. Ci chiediamo, ad esempio, se l’azione dello Stato, così come ha cominciato a favorire l’aggregazione delle imprese per la conquista di nuovi mercati, per la formazione dei propri operatori o per l’innovazione tecnologica e manageriale, non possa intervenire anche in questo settore per potenziare la presenza dell’arte italiana e dei suoi operatori d’arte nel mondo. Se non sia giusto favorire forme consortili o d’altro genere fra operatori oggi dispersi e minuscoli, incapaci di competere sul terreno della proposta artistica, culturale e commerciale. Questa ci sembra una ipotesi di lavoro sulla quale cominciare a riflettere. Per fare un esempio: oggi le Gallerie d’arte, nella loro larga maggioranza, vivono una condizione così difficile da spingere molti a pensare sempre più in “piccolo”. E’ indispensabile che si mettano in moto progetti, finanziamenti, azioni di governo del paese pensati per capovolgere la china. Molte Gallerie d’arte, negli anni trascorsi, per sfuggire alla crisi, si sono trasformate in Associazioni senza fini di lucro, pur continuando la loro attività espositiva e di vendita. È persino ovvio che ciò porta, inevitabilmente, il nostro sistema dell’arte sempre più in basso sul terreno culturale e di capacità di proposta e competizione sul mercato. La linea che ci sentiamo di suggerire, d’altra parte, non può essere quella di far chiudere le Associazioni e penalizzare i professionisti che vi operano con un’azione puramente repressiva sul piano fiscale, piuttosto studiare interventi tesi a ritrasformare organizzazioni che ne abbiano voglia e capacità, nuovamente, in aziende attive e competitive, da ogni punto di vista.

LA CERTEZZA DI AUTENTICITA’ DELL’OPERA D’ARTE

Oggi la situazione italiana – regolata dalla cosiddetta “Legge Pieraccini” – è assolutamente inattendibile, quindi è indispensabile che la normativa statale riguardante questo aspetto della materia venga modificata, adeguata a standard europei, e definisca criteri certi per stabilire chi abbia diritto a produrre autentiche d’arte. Se non lo si risolve adeguatamente, si tratta di un fattore che mina alla base il sistema, la credibilità del mercato e la sicurezza degli investimenti in arte.

L’APPLICAZIONE DELLE NORMATIVE ESISTENTI

Molti sono i campi nei quali si potrebbe e dovrebbe intervenire. La legge del 2%, ne è un esempio; se fosse applicata bene, senza clientelismi, favorirebbe l’espansione di arte pubblica di qualità; nessuno fino ad oggi è riuscito a risolvere, come sarebbe indispensabile, questo problema. Anche la recente modifica apportata nella definizione delle competenze per la nomina delle commissioni aggiudicatrici si è rivelata inadeguata e errata. Altrettanto importante sarebbe se si decidesse di inserire con convinzione le “arti figurative” contemporanee nel processo di creazione – pubblico e privato - di distretti culturali.

CIRCOLAZIONE DELLE OPERE D’ARTE

A fronte della “libera circolazione” europea, permangono “vincoli”, soprattutto per i Paesi extraeuropei. Basterebbe considerare quello relativo ad opere, pur di artisti viventi, che superino i 50 anni. Ne consegue, per quanti volessero esporre le proprie opere all’estero:

  1. il “disinteresse” delle istituzioni straniere, pubbliche e private, per la nostra arte.

  2. Una molteplicità di adempimenti burocratici presso gli Uffici esportazione, Belle Arti, ecc. spesso gestiti non gratuitamente dalle Società di Trasporti Internazionali.

Se tale situazione è disagevole per gli artisti viventi, diviene addirittura “castrante” per coloro che si occupano degli artisti scomparsi.

Si badi: a fronte di tali difficoltà frapposte agli artisti italiani, ve ne sono molte meno o, addirittura, inesistenti, per gli artisti stranieri che intendano esporre in Italia.

GLI SPAZI ESPOSITIVI PUBBLICI

Il problema della governance degli spazi espositivi pubblici va affrontato. Se ci soffermiamo, e solo per fare un esempio, sulle gallerie civiche, bisogna dire che, di fatto, sono sotto la diretta gestione degli assessorati e dunque della politica. Creare una soluzione di governance che sia capace di separare la gestione del governo locale dalla direzione “scientifica” delle Gallerie civiche è senza dubbio necessario; noi diciamo: sulla base dei criteri e degli obiettivi che più sopra abbiamo indicato sul tema del rispetto della “democrazia”, del confronto nell’arte fra le diverse ricerche e della necessaria emersione della creazione artistica che viene prodotta nelle diverse aree del paese. Una soluzione di governance potrebbe essere individuata nella gestione trasferita a Fondazioni che nascono per valorizzare sul piano culturale le aree territoriali sulle quali opera quella determinata Galleria, semmai con funzioni di carattere interprovinciale e regionale. Nello stesso tempo, la scelta dei direttori degli spazi pubblici dovrebbe rispondere a criteri trasparenti e riconoscibili, coerenti con le linee richiamate all’inizio di questa relazione.

LA PROMOZIONE

Gli istituti italiani di cultura dovrebbero essere il volano attorno e insieme al quale operare un grande sforzo di promozione delle “arti figurative” italiane all’estero. Ciò implica la necessità di una vera e propria rifondazione di tali organismi che, mondati da clientelismi e inefficienze, sarebbero i migliori vettori per la presentazione all’estero della produzione artistica italiana.

L’ALTA FORMAZIONE ARTISTICA

Vanno studiati gli interventi necessari in ordine all’organizzazione dell’alta formazione artistica, completando l’equiparazione di certe Accademie alle università, ridefinendo le funzioni di quelle Istituzioni di formazione d’arte – anche molte Accademie - che attualmente sono dequalificate e producono solo disoccupati dequalificati. Non si può sostenere che il livello universitario destinato alla formazione di potenziali artisti esiga quasi trenta istituti sparsi sull’intero territorio nazionale. In quelle sedi si deve potere esprimere il più alto livello di formazione e, anche per questo, il massimo di selezione nel corpo insegnante e nelle motivazioni profonde degli studenti ammessi (stiamo parlando di potenziali artisti e non di addetti alla gestione del mercato o delle Soprintendenze d’arte).

MEDIA

Oggi le “arti figurative” contemporanee costituiscono l’ambito di produzione culturale che beneficia meno di un’attenzione seria, critica, indipendente, da parte dei media pubblici. In termini quantitativi, certamente meno del teatro, meno della letteratura, naturalmente meno del cinema (ovviamente ciò vale per l’insieme dei media nazionali). Diventa importantissimo favorire, sospingere l’inserimento costante di informazioni, riflessioni, approfondimenti e spunti relativi all’arte contemporanea, sappiamo che non è semplice, ma a qualche idea di incentivazione è indispensabile ragionare. Intanto, vista la sede nella quale ci troviamo, sarebbe importantissimo guardare a quanto avviene nel mondo dell’informazione pubblica (Rai-Tv, Radio Rai, nuovo portale Italia.it per il turismo).

On. Presidente, on. Deputati,

non volendo abusare ulteriormente della vostra attenzione, mi fermo, e non perchè siano finiti gli argomenti e la necessità di soffermarsi su altre istituzioni o protagonisti di questo eterogeneo mondo. Le audizioni che farete vi condurranno dentro le loro esperienze; noi vi ringraziamo, per ora, sperando che vogliate fare in modo che si tratti solo dell’inizio di una avventura interessante e capace di tradursi in provvedimenti concreti, a breve e medio termine, per l’affermazione delle “arti figurative” italiane e per la crescita della conoscenza dei nostri concittadini.

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