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8 Dic 2010

Chassès-Croisès al Centro d’Arte Piana dei Colli.

 di  Guillaume Von Holden -

allestimento-1-ph-fabio-gambina.jpgIl Centro d’Arte Piana dei Colli è una delle nuove realtà del fervido panorama artistico palermitano, un polo culturale fortemente caratterizzato e  capace di modellarsi grazie ad allestimenti curati nel dettaglio ed un assetto votato alla multimedialità.
La sede è il piano nobile di villa Alliata Cardillo, che tra novembre e dicembre 2010 ospita “Chassès-Croisès”, evento curato da Giulia Ingarao e María Jesús Martínez Silvente, sorta di lucida indagine sull’intricato rapporto tra collocazione geografica e cultura visuale.
Il progetto, capace di generare una “connettività reale” è diviso in due momenti, lo scambio di residenza/atelier tra sei artiste di diversa provenienza (Olanda: Esther Burger e Patricia Kaersenhout – Spagna: Laura Brinkmann e Ruth Morán Méndez – Italia: Anne-Clémence de Grolée e Marjolein Wortmann) e la successiva realizzazione di  due mostre collettive (Malaga e Palermo) delle opere prodotte dalle sei artiste durante o dopo il periodo di “scambio di residenza”
E’ con Giulia Ingarao, Direttore Artistico del centro d’arte Piana dei Colli che approfondiamo alcuni aspetti di questo progetto.
Puoi raccontarci, tracciando una breve storia del progetto, con che spirito e con quali prospettive avete “riabilitato” i saloni di Villa Alliata Cardillo ?
Villa Alliata Cardillo è stata totalmente restaurata dopo quasi cinquanta anni di totale abbandono grazie ad un co-finanziamento POR (2000-2006). Il restauro ha mirato a recuperare l’impianto sei-settecentesco dell’edificio integrando tecnologie audio-video per la fruizione dell’arte contemporanea; si tratta dunque di recupero e riuso del patrimonio storico in una prospettiva contemporanea. Le sale espositive del piano nobile della Villa impongono per ogni progetto una riflessione specifica stimolando una continua rimodulazione degli spazi attraverso un dialogo, non sempre facile, con le architetture tipiche di una dimora nobiliare settecentesca.
Le mostre e i convegni da me curati e presentati nel Centro d’Arte di Villa Alliata Cardillo hanno prevalentemente un taglio socio-antropologico (Outsider art, Arte tra espressione e reclusione, I Miracoli contemporanei di Santa Rosalia, Il Memoriale Italiano di Auschwitz, Chassés-Croisés) con una particolare attenzione ai linguaggi multimediali.
Chassès-Croisès è un progetto dal forte valore antropologico, che non trascura inevitabilmente di raccontare contesti politici e sociali molto differenti, in che modo ti sei rapportata alle diverse identità?
Si tratta di un progetto che ha mirato alla moltiplicazione delle differenze. Ogni artista è portatrice di un’identità complessa; nessuna delle artiste coinvolte è legata ad un’unica provenienza geografica e culturale (la maggior parte di esse vive in paesi diversi da quelli di origine per scelta personale o della generazione che le ha precedute). Il principio al quale ci siamo ispirate è che le identità non siano essenze ma il risultato, mai compiuto e in continuo divenire, di processi dinamici.

La mostra è interamente declinata al femminile, frutto del caso o elemento predeterminato?
Il fatto che si tratti di una mostra concepita e realizzata da donne (artiste, curatrici, allestitrici, addette stampa…) non è stato né frutto del caso né di una necessità ideologica, si è trattato piuttosto di una felice contingenza. La mostra rappresenta soltanto l’ultima tappa di un percorso basato su una rete di relazioni costruita nel tempo attraverso scambi, conoscenze, interazioni e qualche salutare conflitto. Il progetto è stato fortemente voluto dalle artiste coinvolte che hanno da subito offerto i propri atelier per lo scambio, sostenendo il progetto anche nella lunga fase di gestazione, durante la quale non c’erano certezze sugli esiti.

Il progetto parla elegantemente di integrazione e scambio culturale, in un momento in cui si abusa a vuoto di questi concetti. Hai riscontrato degli aspetti fortemente ancorati all’appartenenza geografica o al background culturale delle artiste? 

Il progetto costituisce un’ulteriore tappa del nomadismo geo-culturale delle artiste; ognuna di loro ha scelto un aspetto della propria esperienza cui fare riferimento per lavorarci durante e dopo il periodo di “residenza incrociata” proposto da Chassés-Croisés.
L’ipotesi era quella di declinare esempi concreti di connettività reale attraverso l’incontro tra il loro background culturale e i luoghi della reciproca ospitalità. Faccio due esempi per chiarire a cosa mi riferisco: la produzione artistica dell’olandese Patricia Kersenouth - la cui famiglia è originaria del Suriname - è strettamente vincolata al tema “essere neri” e la sua opera riflette proprio sulla identità geo-politica e sulla necessità di appartenenza a un territorio culturale. A Palermo, durante il suo periodo di residenza, ha prodotto un’interessante serie fotografica che testimonia un processo di ri-posizionamento. Nella serie Zio Tom Project il volto dei soggetti fotografati è interamente coperto dal libro La capanna dello zio Tom – una vecchia edizione trovata dall’artista in una bancarella di libri usati a Palermo – mentre il contesto d’appartenenza acquista centralità restituendo l’identità del soggetto ritratto. «Io non posso vedere il mondo in un altro modo - spiega Kersenouth - sono nera e guardo il mondo dalla prospettiva dell’essere nero. Questo non significa che produca ghetto art».
Anne-Clémence de Grolée - artista francese che vive a Palermo da più di dieci anni -  ha trascorso la sua residenza ad Amsterdam dove ha declinato un tema su cui riflette da anni: il paesaggio contemporaneo. Ad Amsterdam ha messo a fuoco il rapporto tra potere politico-economico della città e tradizione locale, esemplificata da stereotipi universalmente riconosciuti come le mucche o i tulipani. Attraverso un processo di ricomposizione della realtà – ironico ri-posizionamento di alcuni elementi chiave -, Anne-Clémence de Grolée lavora sull’ immaginario stereotipato dei Paesi Bassi riflettendo sul binomio “serialità industriale - tipicità locale” (vd. serie fotografica Serial Tulips). Così, nel fotomontaggio Veduta olandese, grandi palazzi in vetro, simbolo del potere economico e politico della città, appaiono estraniati dal loro naturale contesto d’appartenenza e, come in una visione onirica, al posto degli edifici industriali, di cui si vedono le sagome riflesse, tutto intorno si muovono gruppi di eteree mucche blu al pascolo.

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Breve presentazione delle artiste coinvolte
Tutte le descrizioni sono citazioni tratte dal testo in catalogo di Giulia Ingarao: G. Ingarao, Chassés-Croisés. Artist Exchange Residence in Giulia Ingarao e María Jesús Martínez Silvente (a cura di), Chassés-Croisés, Kalos edizioni, Palermo 2010.
Laura Brinkmann Reimann
1977 Malaga, Spagna (vive a Malaga)
“Laura Brinkmann, artista spagnola la cui famiglia ha origini tedesche, indaga l’artificialità della comunicazione quotidiana attraverso la reiterazione seriale. Nella serie Detergentes y Vitualla, l’oggetto comune – detersivi di vario genere e forma, pacchi di carta igienica, cassette di frutta e verdura – diventa icona: estraniato dal proprio contesto, avvolto in nuvole di fumo, viene disposto, come un’apparizione notturna e transitoria, su un denso sfondo nero. […] Laura Brinkmann crea una sintassi poetica del quotidiano sollecitando la riflessione sulla ricezione passiva della collettività, sia visiva che socio-culturale”.

Esther Burger
1967 Velbert, Germania (vive ad Amsterdam)
“Esther Burger, artista di origine tedesca che vive e lavora ad Amsterdam e spesso trascorre lunghi periodi di permanenza a Palermo, spiega come i materiali che ha raccolto a Palermo posseggano una loro peculiarità che senza dubbio ha influenzato la sua produzione.
I suoi paesaggi composti da ritagli di giornale, vecchie foto, frammenti di libri di botanica e anatomia, interamente avvolti da strisce di silicone, raccontano il sostrato culturale di un luogo attraverso il tipo di carta, i caratteri della stampa o i colori utilizzati. Esther Burger raccoglie tracce di storia per ricomporle e congelarle nell’ovattato rifugio del silicone; una riscrittura della realtà che dà vita ad un microuniverso dove coabitano elementi tra loro contrastanti”.
Anne-Clémence de Grolée
1963, Parigi – Francia (vive a Palermo)
“Diversa è l’esperienza di Anne-Clémence de Grolée, artista francese che vive a Palermo da più di dieci anni e che ha trascorso la sua residenza d’artista ad Amsterdam. L’indagine sul paesaggio contemporaneo e, in particolare, sugli ostacoli alla fruizione del paesaggio – tema su cui l’artista riflette da anni - conduce A. de Grolée ad una messa a fuoco del rapporto esistente tra potere politico-economico della città e tradizione locale, esemplificata da stereotipi universalmente riconosciuti come le mucche o i tulipani. […] La ricerca cinico-ironica sviluppata da Anne- Clémence de Grolée verte proprio sul paradosso della serialità industriale applicata alla tipicità locale”.

Patricia Kaersenhout
1966 Den Helder, Paesi Bassi (vive ad Amsterdam)
“Patricia Kaersenhout è nata a Den Helder (1966), in Olanda, mentre entrambi i genitori sono originari della colonia olandese Suriname. Tutta la sua produzione artistica è strettamente vincolata al tema “essere neri” e, attraverso diversi mezzi di espressione – pittura, disegno, collage, ricamo, tecniche miste su carta, fotografia - , riflette sulla identità geo-politica e sulla necessità di appartenenza a un territorio culturale. […] Nella serie Zio Tom Project il volto dei soggetti fotografati è interamente coperto dal libro La capanna dello zio Tom – un’antica edizione comprata dall’artista in una bancarella di libri usati a Palermo – mentre il contesto d’appartenenza acquista centralità restituendo l’identità, l’anima del ritrattato”.
Ruth Morán Méndez
1976 Badajoz, Spagna (vive a Siviglia)
“Ruth Morán Mendez la quale, come in una partitura musicale, crea installazioni di disegni dalla trama sottile - ricami di colore su carta, ossessivi ed ipnotici – che, in una lettura d’insieme, danno vita ad un canto corale ritmato da forti contrasti tonali. […] Protagonista dalla sua opera è la Natura, dal micro al macrocosmo; i suoi palinsesti segnici ne raccontano il mistero, l’indefinibilità. In Sicilia Morrán ha scelto il mare come fonte di ispirazione: dalle onde della spiaggia di Mondello è nata la serie Trinaquia: disegni di piccolo formato dove quelli che - a totale insaputa dell’artista - sono i colori della squadra di calcio del Palermo, importante simbolo d’appartenenza sociale, campeggiano protagonisti”.
Marjolein Wortmann
1958, Groningen, Paesi Bassi (vive a Palermo)
“Marjolein Wortmann, artista olandese che da tempo vive a Palermo, ha scelto Siviglia come luogo di scambio per esplorare un’ulteriore declinazione delle culture mediterranee, dopo aver vissuto a lungo in Sicilia e in Tunisia. Wortmann riflette da tempo sul ruolo della madre in queste culture, ne studia con nordica curiosità usi e costumi, individuando nella tipica “vestaglina” – così intitola molte delle sue serie (vestaglie smanicate con inserti creativi ma anche sagome di stoffa da ricomporre in forma installativa), il simbolo del regno materno da indossare nella sicura intimità della casa come nella vita di quartiere. Con ironia e delicatezza segna i confini e le estensioni di questo spazio di dominio casalingo, enucleando e trasponendo nell’immaginario religioso una delle fondamentali dinamiche sociali di relazione: il rapporto madre-figlio”.

(Photo © Fabio Gambina)

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