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24 Giu 2005

Uso, abuso e disuso delle norme sul mercato dell’arte

Intervento di PierLuigi Puglisi al  Convegno del 24 Giugno 2005 nella sede ABI sul Rapporto n.1/2005 del Laboratorio del Commercio dei Beni Artistici di Nomisma

Il tema degli investimenti in arte che viene esaminato in questo Convegno e su cui si appunta attenzione e interesse non solo delle Banche ma anche di un numero crescente di risparmiatori, ha come obiettivo l’esame della possibilità di aumentare il patrimonio mobiliare attraverso acquisti di pezzi d’arte. Parliamo di acquisti mirati e corretti, che costituiscono un incremento del risparmio non solo delle singole persone ma anche dell’intera famiglia.
Si tratta dunque di indirizzare acquisti verso beni durevoli come sono appunto i pezzi d’arte, sostenuti anche da forme di credito che gli istituti bancari stanno studiando ad hoc per dare una risposta in positivo ad una richiesta crescente e diffusa da parte dei loro clienti.
Gli acquisti d’arte delle famiglie come forma di risparmio e soluzione a necessità economiche
Si fa gradualmente largo in fasce sempre più ampie di italiani il concetto che l’acquisto di pezzi d’arte va visto come una forma di risparmio, una forma di capitalizzazione considerata  alternativa alla società dei consumi (quando si tratti di beni non necessari e non durevoli) e che ha molteplici importanti ricadute.
La prima è quella di costituire un forte incentivo alla educazione culturale delle famiglie e delle future generazioni, aspetto questo di per se talmente importante da richiedere una trattazione specifica, che da sola basterebbe a spiegare tutte le sfaccettature del fenomeno ed ad indurci a  favorirlo ed incentivarlo.
La seconda, importante ai fini pratici  è quella di costituire un serbatoio economico cui poter ricorrere per non intaccare nei momenti di difficoltà le altre forme di risparmio personale o familiare tanto faticosamente conseguito.
In caso di necessità il ricorso alla vendita di pezzi d’arte, che ha tradizioni organizzate secolari per esempio in Inghilterra, rappresenta per le famiglie una soluzione semplice e praticabile.
A condizione che ci sia un mercato che funzioni, o meglio che sia lasciato funzionare e non mortificato.
In questo particolare momento poi, quando “la questione economica” generale è da mesi all’ordine del giorno non solo del nostro Paese, è sintomatico assistere ad una complessiva stagnazione in Italia della vendita di pezzi d’arte di qualità media, pur avendo, a detta della stragrande maggioranza degli analisti, le famiglie dovuto più o meno tutte, intaccare il loro patrimonio mobiliare.
La funzione del mercato dell’arte come tramite necessario
Il mercato, come sappiamo, è andato meglio per certe tipologie d’arte piuttosto che per altre. E tuttavia la sensazione generalmente diffusa fra gli operatori è che esso non è sembrato soprattutto negli ultimi anni generalmente così sostenuto come avrebbe potuto e potrebbe essere. Una delle cause viene individuata in uno sbilanciamento fra domanda e offerta, dal momento che la ricerca di beni artistici trova in un mercato diffuso e poliedrico come il nostro, una offerta altamente variegata ed esauriente.
Il pubblico da diversi anni considera dunque l’acquisto di pezzi d’arte conveniente anche a fini di investimento; il mercato a sua volta si è organizzato con un’offerta che dà innumerevoli occasioni e scelte fra tipologie e prezzi, ossia una disponibilità di beni così ampia da offrire possibilità di investimenti in arte per qualsiasi livello di qualità e spesa.
Si osserva tuttavia complessivamente da diversi anni una crescita dell’offerta più che proporzionale rispetto alla crescita della domanda: in Italia agiscono ormai poco meno di 40 case d’asta, oltre 100 mostre di antiquariato, circa 500 fra mercatini e fiere dell’antiquariato, migliaia di galleristi, antiquari, raccoglitori, restauratori, critici, storici, esperti o simili a vario titolo.
Ma la pre-condizione necessaria perché il mercato possa esistere e lavorare davvero, una massa ragguardevole di operatori, svolgendo bene la sua funzione di tramite per le famiglie, è che le leggi che regolano lo regolano, abbiano come fondamento alcuni diritti elementari.
Una prima questione fondamentale, tutta italiana, sta nel fatto che noi abbiamo un mercato con un eccesso di offerta interna, ossia fra italiani, solo perché fondamentalmente, dalle leggi che lo regolano, viene inibito il mercato estero, non mancando qualche punta di eccesso proibizionista anche per quanto riguarda il mercato interno.
La contraddittoria posizione dello Stato nei confronti del mercato dell’arte
A questo nostro incontro manca la parte determinante, quella che non solo fa le leggi, ma anche decide su grande parte dell’uso del denaro  e sul movimento dei beni: lo Stato.
Se è vero infatti che lo Stato italiano possiede da solo oltre la metà del patrimonio artistico dell’intero pianeta, è anche vero che le famiglie italiane, quasi tutte, sono custodi e proprietarie di opere, antiche, moderne e contemporanee, più o meno importanti: quadri e sculture, stampe, mobili, tappeti, argenti, porcellane e maioliche, libri etc.
Un patrimonio diffuso, che nelle case delle famiglie italiane viene custodito e difeso per quanto è possibile, un  patrimonio artistico importantissimo, forse non sempre per qualità, ma ingente per quantità e certamente tenuto con grande affetto ed attenzione: un assieme per quantità maggiore di quanto detiene attualmente lo Stato.
Sono dunque certamente anche le famiglie italiane e non solo lo Stato, non essendogli mai stata concessa l’esclusiva, le custodi della nostra storia, arte e tradizioni, assolvendo ad una funzione che dovrebbe integrarsi anziché, come spesso accade, trovarsi davanti a contrapposizioni.
E’ noto che qualsiasi sistema culturale, se non condiviso anche nelle case dei cittadini, che ne siano parte attiva, rischia di diventare sterile demagogia. Alle famiglie anzi è affidato il compito più difficile: difenderlo per trasmetterlo in concreto alle future generazioni, come ” una cosa che passa da nonno a nipote”, come memoria, ricordo, tradizione, educazione ed infine, aspetto rilevante, patrimonio economico piccolo o grande della famiglia.
Nel sistema di valori dell’arte non deve mai essere dimenticato, non lo dimenticano certo le famiglie, che c’è anche un valore concreto e importante, il valore economico. Ed in questo non c’è nulla di volgare o disdicevole, essendo un diritto.
Contemporaneamente non abbiamo in Italia politico, di qualsiasi partito, che non dica di difendere la cultura e la famiglia, che significherebbe difenderne anche i risparmi, oltre che i principi morali. Ne deriva che qualsiasi politico dovrebbe essere difensore dichiarato ed attivo dei patrimoni artistici familiari sia sotto il profilo culturale che sotto quello economico.
Purtroppo va detto che invece proprio in questa sua componente il patrimonio artistico privato viene avvilito e sminuito, con danno certamente delle famiglie. Ma non a causa del mercato.
Sbaglia infatti chi pensa che l’andamento del mercato dell’arte finisca a riguardare solo gli operatori, perché in realtà, come qualsiasi mercato, riguarda le famiglie italiane.
Allo stato attuale la situazione può essere così sintetizzata: meno mercato è uguale a maggior danno per le famiglie.
Ma possibile che le norme non abbiano concepito un sostegno concreto, un incentivo, a questa forma di “storia del risparmio familiare” che è il collezionismo, piccolo o grande, di beni artistici?
Questo il circuito: da famiglia a famiglia, tramite il mercato
Il nuovo Codice Urbani è stato partorito partendo dal concetto nuovo e importante, quello che lo Stato debba non solo fare tutela, ma anche valorizzazione. Una filosofia evoluta.
Tuttavia con questo termine non si è inteso affatto dare il proprio contributo all’incremento del valore economico di quella larga parte di patrimonio artistico dei “privati”, cioè delle famiglie, termine che politicamente viene troppo spesso contrapposto a “pubblico”, nella convinzione figlia di vecchia ideologia, che pubblico è buono e privato è cattivo.
Per stare in una realtà più concreta dovremmo oggi innanzi tutto sostituire alla dizione “i privati”, quello di “famiglie italiane”, si che non far nulla per contribuire a valorizzare quanto da esse posseduto in termini di arte, si traduce in una diminuzione del valore del loro patrimonio mobiliare, quindi in un danno economico complessivo tanto più grande quanto maggiore è il bisogno, crescente da qualche tempo, come ogni analista economico ha rilevato, di ricorrere sempre di più alla  vendita di pezzi di patrimonio accumulato, non essendo il reddito sufficiente.
Sostanzialmente dunque le vendite di pezzi d’arte corrispondono nella maggior parte dei casi ad un bisogno reale, spesso urgente, che è sostitutivo o del prelievo del risparmio o addirittura dell’indebitamento. Oggi si vende un quadro di casa, gli argenti, i mobili e  soprammobili per pagare le tasse universitarie del figlio, per pagare magari l’ICI e l’Irpef o qualche Condono. Così come prima, immancabilmente, si vendevano gli arredi di famiglia per pagare le imposte di successione.
Se si ricorda poi che le istituzioni promuovono e valorizzano cultura con il denaro sopratutto pubblico, cioè dalle tasse, si spiega malissimo perché l’uso di questo denaro non debba andare anche a favore di chi ne è l’origine, i nuclei familiari.
Ecco che la funzione del mercato dell’arte, che non è mercificazione dell’arte, ma sua valorizzazione, si espleta come il necessario tramite fra famiglie venditrici e famiglie acquirenti, perché esso sostanzialmente non fa altro che favorire e velocizzare, organizzandolo, il passaggio di beni da chi in ipotesi stacca il vecchio quadro dal muro per venderlo, a chi alla fine lo compera e lo attacca al muro di casa sua.  Lo compera certamente perché piace, per tenerlo più che può, ma considerando anche l’ipotesi di venderlo di nuovo, più tardi possibile, ove mai ci fosse bisogno. Ma se possibile si lascia agli eredi.
Sicché sostanzialmente gli ostacoli posti al mercato dell’arte si traducono in un danno per tutti i cittadini.
Quello di trasformare quando è necessario, questi oggetti in un po’ di denaro indica un bisogno diffuso il cui sintomo evidente è nel fatto che in Italia abbiamo più di 500 fra fiere e mercatini cosiddetti dell’antiquariato (ma a volte il termine è usato impropriamente), ma fra questi ultimi non mancano quelli cosiddetti spontanei, i cosi detti mercatini di “scambio e baratto” dove ovviamente il denaro è il tramite.
C’è dunque bisogno e voglia di commerciare, un bisogno crescente. Lo dimostra la crescita  numerica enorme delle mostre e fiere dell’antiquariato, e delle case d’asta negli ultimi 10 anni.  Fra l’altro la presenza in ogni città d’arte italiana di negozi di antiquari, botteghe di restauratori e raccoglitori, che particolarmente si collocano nei centri storici, è così diffusa da dare un contributo importante, a volte addirittura determinante e che andrebbe più tenuto presente, per mantenere viva la fisionomia delle città d’arte e dei centri storici, ormai troppo spesso invasi e snaturati da nuove attività e avulse dal contesto delle tradizioni cittadine e dagli stessi residenti. Chiudono piccoli commercianti, i fruttivendoli, i calzolai, gli artigiani, le librerie: ma se osservate i centri storici dove sono presenti gli antiquari, tutte queste attività resistono più a lungo: Roma, Firenze, Milano, Arezzo, Siena, Parma, Bergamo, Reggio Emilia,fino a centri molto più piccoli in ogni regione e provincia, hanno strade e intere zone dove questa presenza tiene intatto e vivo un centro assalito.
L’assieme di tutto questo è però un mercato compresso, ove per legge c’è un solo sbocco possibile, quello interno, oltretutto piegato a fini sempre più turistici e comunque estranei alle finalità mercantili, del collezionismo o della passione per l’arte. Ma un’offerta complessiva così alta quantitativamente, quando il mercato interno è debole, in un sistema paese meno forte di quanto si vorrebbe, deve poter trovare, come per gli altri, uno sbocco più agevole di quanto oggi sia abbia: uno sbocco quantomeno europeo.
Nel frattempo lo Stato, che si guarda bene dall’essere presente nel mercato sotto forma di acquisti, che sono per la verità rarissimi quasi che nulla passi di meritevole della sua attenzione e a volte ignorando opere di grande qualità, agisce ponendosi nella posizione di voler sembrare agli occhi dei cittadini l’unico degno possessore di opere qualificate, sminuendo tutte le altre che non siano sue, e ponendo in essere provvedimenti che sostanzialmente ostacolano il mercato cui non solo fa mancare la sua capacità di acquisto, diversamente da altri stati, ma volendo sostanzialmente essere presente casomai solo occasionalmente, e in assenza di concorrenza.
Il problema normativo, come tante volte ci siamo detti nelle riunioni della Federazione Mercanti d’Arte, è alla base di tutto.
Vediamo allora con quali norme ed azioni lo Stato regola questo mercato.
Le norme che regolano il mercato e lo determinano
Abbiamo tuttora in funzione norme desuete, norme soltanto parzialmente efficaci, norme esistenti ma pressoché sconosciute ed infine norme di difficile interpretazione.
Ecco perché ritengo si debba parlare di uso, abuso e disuso delle norme.
Innanzi tutto per esempio sopravvivono, ed ogni mercante lo legge sul frontespizio del suo Registro del Commercio, gli articoli 127 e 128 del Testo Unico di Pubblica Sicurezza del 1931, il quale obbliga ad eseguire qualsiasi transazione di oggetti usati, non conta se e quanto antichi e di quale valore, solo in presenza di documenti esibiti e registrati in apposito registro, quello del venditore.
Recita infatti il comma 3 dell’articolo 128 “Le persone che compiono operazioni con gli esercenti sopraindicati, sono tenute a dimostrare la propria identità nei modi prescritti.”
Tradotto in pratica,  questo significa che non solo da un antiquario o in una Mostra Antiquaria, ma anche in ogni mercatino, per comprare anche il lampadario degli anni 50 o la vecchia caffettiera della nonna, bisognerebbe mostrare e farsi registrare i documenti, come in albergo. Indipendentemente, ripetiamo, dal valore.
Diciamo subito che la norma non è generalmente rispettata, data la ovvia  impraticabilità, ma diciamo anche che l’inosservanza espone il venditore ad infrazione, ora non più penale, modifica che si è ottenuta dietro lunga battaglia della FIMA, ma che comunque comporta una ammenda.
L’ applicazione letterale comporterebbe, se la norma fosse applicata da tutti i venditori per esempio ogni domenica nei mercatini, a centinaia di migliaia di schedature ogni volta.
Ovvio che l’inosservanza di una norma, davvero poco osservabile nel concreto, pone il venditore di qualsiasi livello, dal banco della fiera al grande antiquario, a vivere nella condizione di “aver paura di aver fatto qualcosa di irregolare”, quindi in uno stato di sudditanza da cui è difficile uscire, quando dall’altra parte l’acquirente, se richiesto di esibire documenti, non solo si offende, ma spesso rifiuta invocando anche la legge sulla privacy e rinunciando all’acquisto del pezzo “usato” o antico che sia. Poi va nel negozio più vicino a comprarsi magari una caffettiera nuova anziché quella dell’Ottocento, o un abito magari molto costoso, ma senza che nessuno gli chieda i documenti per questo.
E’ dunque il caso di porsi, dovrebbe il Garante della Privacy farlo, ma non solo, e dare risposta, la questione se esista o meno contrasto fra queste due norme, nei fatti contrastanti, tenendo anche presente quanto, nel campo della privacy quanto limitanti siano addirittura le norme sull’invio delle newletters in internet, che ovviamente prevedono di avere degli indirizzi di e-mails, ma che non si dovrebbero inviare senza il consenso preventivo del ricevente e la tenuta in computer di elenchi protetti di questi nominativi.
Ed anche dovrebbe il legislatore soprattutto porsi un problema concreto, di attenzione verso il mercato, se non si debba cioè modificare la norma applicandola per esempio solo a pezzi di un certo tipo e valore.
Certo è che la schedatura degli acquirenti non favorisce il commercio.
Ovvio che le migliaia di venditori, vogliono uscire dallo stato di sudditanza di sentirsi dei fuori legge in cui sono tenuti; stanno in una Fiera e Mostra  per vendere, sono partite IVA, e non gli si può semplicemente dire ” di rinunciare alla vendita quando l’acquirente non voglia mostrare i documenti” visto che la vendita non è un optional, ma lo scopo del lavoro, perché di lavoro si tratta, magari questo sfugge a molti, spesso molto difficile e faticoso, ma non di un hobby.
Sta al legislatore valutare e stabilire se l’uso  della norma costituisca davvero un argine ai reati contro la proprietà, o se non siano i suoi effetti marginali, soprattutto ove si guardi alla strozzatura che la norma fa tanto nei confronti del venditore che dello stesso acquirente:  ossia valutare il rapporto Costi/Benefici.
Ma ancora, sempre per quanto riguarda il TULPS del 1931, nei fatti si cerca di imporre al venditore di portare con se il Registro degli Acquisti ove si rechi a fare una Mostra, che tuttavia è stata sempre intesa come succursale temporanea del suo negozio. Questo per dimostrare in ogni momento da dove viene la sua merce, ed esibire la sua buona fede.
Tuttavia un’azienda familiare, e sono molte giacché si tratta quasi esclusivamente di piccole imprese, è costretta per questo a chiudere il negozio per non poter avere il Registro in sede. Anche questa è una anomalia da correggere che mette in difficoltà gli operatori.
Certo tutto questo favorisce di fatto il commercio delle cose “nuove”, e con esse il consumo di quanto si fabbrica, ma si deprime il riuso ed il ricircolo di quanto si è smesso di fabbricare, appunto i beni usati, che quando hanno oltre i cinquanta anni (quante centinaia di migliaia al giorno?) acquisiscono per legge una potenziale valenza di bene culturale.
La logica che ne deriva è che se un oggetto ha compiuto i 50 anni è buono potenzialmente per i musei, ma ricommerciarlo per cambiargli casa e famiglia ove troverebbe una valenza attiva, è cosa sottoposta a norme scoraggianti.
Se questo fosse un modo per favorire la vendita del prodotto nuovo, forse un indirizzo pressante, non dovrebbe essere ottenuto per via normativa, ma casomai attenere alla libera scelta del consumatore, che invece riceve una discriminazione ab origine.
Gia da queste due semplici norme esaminate si vede quanto questa realtà sia sotto certi aspetti lontana dalle necessità delle famiglie nei loro bisogni reali: trasformare in denaro la vendita del vecchio quadro staccato dal muro.
Le questioni poste dal Codice Urbani e dal suo Commentario
Non poche le questioni poste al mercato dell’arte dal nuovo Codice dei Beni Culturali.
Entrato in vigore gia da oltre un anno, gli antiquari italiani hanno avuto una sola occasione per discuterne pubblicamente con il Ministro Urbani, a Torino grazie all’iniziativa dell’Associazione Piemontese Antiquari aderente a FIMA, essendosi invece tenuti in tutta Italia decine di incontri e dibattiti sulla materia ambientale e architettonica,  con questo impedendo sostanzialmente un confronto sulle cose concrete, cioè sul mercato dell’arte.
Le norme del Codice a proposito del commercio ci dicono che per avere applicazioni chiare ed univoche,  il mercato avrebbe bisogno di Circolari Esplicative, Regolamenti di Attuazione. Anzi fu proprio il Ministro Urbani a dire nel Convegno di Torino, che correzioni in corso d’opera se ne potevano fare e che non si trattava di un Codice rigido.
Ma è sopravvenuto intanto il Commentario del Codice, presentato a Roma qualche mese fa, che ce ne ha fornita in un certo senso l’interpretazione autentica, dato che è opera di quanti hanno collaborato alla sua stesura.
Sono circa 800 pagine di lettura non sempre agevole ma imprescindibile, da cui si evince per esempio che, il famoso Allegato A, lettera A e B, imposto dall’Europa dal 92, e che nelle interpretazioni degli operatori del mercato dell’arte costituivano le cosiddette “Soglie di Valore” al di sotto delle quali i beni artistici potevano circolare liberamente, non meno di tutti gli altri e delle persone, non serviranno ad altro che a dirci quanto va descritto con maggiore (i pezzi sopra i valori di ogni soglia) o minore (pezzi al disotto dei valori di ogni soglia) minuzia nel Registro per la Soprintendenza, prima abolito, e che presto dovremo rifare.
Altro che libertà di uscita per le merci sotto un certo valore attesa dal 92 dal mercato in base al dettato europeo! E’ solo una indicazione, non tassativa. Quindi anche in questo caso l’Italia ha fatto a modo suo, mettendo in non cale una disposizione europea. Come giusto, magari, in altri campi. Ma lasciando in questo caso per esempio in posizione di svantaggio il mercato italiano rispetto a quello estero, come ovvia conseguenza, e favorendo così gli operatori esteri che non agiscono con questo tipo di limitazioni, e facendo, a caduta, danno economico anche e soprattutto ai proprietari di opere, le famiglie  italiane appunto.
Questo dobbiamo dirlo in questo momento, quando sta crescendo l’interesse delle banche sul mercato dell’arte come alternativa di investimento, per capire insieme quali siano le condizioni necessarie perché quanto auspicato si sviluppi e per sensibilizzare magari insieme chi può decidere
In proposito abbiamo avuto in questi giorni il testo di una interrogazione parlamentare a risposta scritta, Delmastro Delle Vedove, di An, molto significativa, che ha chiesto al Ministro di sapere:
“In un recente studio commissionato dalla Segreteria della Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze alla Camera dl Commercio fiorentina, risulta che soltanto in Toscana gli antiquari ed il loro indotto danno occupazione a 20.000 persone (cfr. II Giornale dell’Arte” “n. 244 del giugno 2004, pagina 67);
-la rilevanza di tale dato si commenta da se, soprattutto in una congiuntura difficile come quella che l’Italia sta vivendo;
-la normativa vigente per l’esportazione dall’Italia verso I Paesi dell’Unione europea prevede che per una sedia o tazzina da esportare debbano essere predisposti documenti con un tempo di attesa fino a quaranta giorni, confinandoci come spesso accade all’ultimo posto nella speciale classifica dell’efficienza della pubblica amministrazione, e letteralmente castrando ogni prospettiva di sviluppo in un mercato particolarmente fiorente come quello dell’antiquariato
tanto premesso
INTERROGA
L’On. Ministro per i Beni Culturali per sapere se non ritenga di dover aprire senza indugio un tavolo di confronto sul problema fondamentale della libera circolazione delle opere d’arte minori e cioè sul mercato della soglia dei valori minimi al di sotto dei quali le opere sarebbero libere di essere commerciate nel territorio della Comunità europea, al fine di por fine ad una assurda penalizzazione del mercato dell’antiquariato che, peraltro inevitabilmente reagisce con un fiorente mercato “clandestino”.
Non sappiamo se e quale sia stata la risposta, ma possiamo immaginare facilmente che qualche solerte funzionario di Soprintendenza avrà spiegato al Ministro che si vorrà ben sapere chi ha bevuto in quella tazzina o chi si è seduto su quella seggiola, chè magari senza che uno si renda conto, può uscire dalla nazione chissà quale patrimonio dell’umanità che dobbiamo invece adeguatamente valorizzare, storicamente, artisticamente, etc., ma ovviamente non economicamente, tenendo tutto, tazzine, sedie e quantaltro compie ogni giorno 50 anni, milioni di pezzi al giorno, sotto controllo.
Se però guardiamo le cose con più attenzione, vediamo che la sedia o la tazzina anziché all’umanità appartengono al sig Rossi, che dovrà aspettare da 40 a 90 giorni, potendo poi lo Stato, dichiarare, ossia notificare, senza comperare, l’oggetto (ma impedendo che venga praticamente venduto, con danno del sig Rossi) espropriare o peggio confiscare. Nel frattempo l’acquirente  si è ovviamente, come accade nella stragrande maggioranza dei casi, dissolto, con danno di tutti.
Per inciso sul Codice va detto che qualche speranza si è appuntata da parte delle due grandi associazioni dei mercanti d’arte, AAI e Fima, sull’ipotesi di Denotifica, vedi articolo 128, ma Raffaele Tamiozzo, insigne giurista, Avvocato dello Stato, nonché uno degli estensori tanto del Codice che del Commentario, ci dice, confermando quanto detto subito chiaramente da Fabrizio Lemme a Firenze il primo ottobre del 2003 al Convegno dell’Associazione Antiquari d’Italia sulla Denotifica chiamando quella “la giornata dei gabbati”, che l’articolo in questione ha ambito e possibilità limitate di applicazione.
Sul cosi detto vincolo contestuale, che lega opere fra loro ed ad un edificio, si è gia molto discusso circa la legittimità, specialmente quando le opere siano state raccolte in tempi diversi, con provenienze diverse e si trovano in un determinato contesto senza che esista legame se non recente fra edificio ed opere.
Va detta, sempre a proposito delle norme del Codice Urbani, anche qualche parola sul “diritto di accesso” nelle case italiane  per “accertare d’ufficio l’esistenza di archivi o singoli documenti dei quali siano proprietari, possessori o detentori, a qualsiasi titolo, i privati e di cui sia presumibile l’interesse storico particolarmente importante”.
A pochi può sfuggire che “presunzione” è sinonimo elegante di sospetto e “accesso” di perquisizione: ecco che abbiamo davanti un potenziale sbilanciamento del pubblico rispetto al privato, mentre sarebbe opportuno che i diritti non siano tutti da una parte ed i doveri solo dall’altra, anche se comprendiamo bene che l’articolo è redatto con obiettivi nobili e di pubblico interesse.
Poco comprensibile e accettabile da parte delle famiglie è l’dea che conservando il carteggio delle lettere della nonna con il bisnonno, si possa da parte di qualche soprintendenza concepire l’ipotesi di una perquisizione, per scovarle, leggerle e magari acquisirsele per qualche motivo.
Uso, disuso ed abuso della L.512/82
Sostanzialmente è la solita lotta fra diritto pubblico e diritto privato, in cui il settore pubblico pretende qualche volta di fare gratuitamente danno, quando poi non si mette nella posizione di cadere anche nell’Indebito Arricchimento. Cosa che può avvenire per altre disposizioni di legge, nate invece con lo scopo diverso di favorire una volta tanto i cittadini, ma poi disattese.
Ci riferiamo ad una di quelle poche norme nate per favorire i proprietari di opere d’arte, per esempio la L. 512/82, legge sconosciuta ai più, ma tuttora in vigore, che consente di cedere allo Stato, che può così acquisirle al pubblico demanio, opere d’arte in cambio di imposte dovute, siano esse di successione che dirette, come chiaramente recitano gli articoli 6 e 7 della norma.
Ebbene va detto che la norma esiste, non risulta fra quelle abrogate dal Codice Urbani, e tuttavia dalla data di emanazione, il 1982, ha avuto un singolare boicottaggio da parte dello Stato stesso, tanto che ci ricorda sempre lo stesso Raffaele Tamiozzo in altro suo testo, che il noto giornalista del Messaggero Fabio Isman, denunciò la cosa in un suo articolo gia nel 1998.
Le applicazioni, ossia gli scomputi come si chiamano tecnicamente, sono stati davvero pochi.
Per i primi 10 anni la legge non si applicava perché rimandava ad un Regolamento previsto dalla Legge stessa, la cui bozza rimbalzava da una Commissione all’altra senza che venisse approvato, per poi scoprire che non serviva, perché il testo era sufficientemente chiaro, ma scoraggiando nel frattempo la gran parte di quelli, pochi, che ne avevano tentato l’uso.
Gli insistenti, gli ostinati cittadini proponenti che questa tattica dilatoria non riuscì a scoraggiare,  si trovarono negli anni di attesa davanti a una serie di contestazioni, ossia Ricorsi Tributari da discutere contro Uffici del Registro che lamentando la lungaggine di queste pratiche si opponevano alle proposte, cercando di percepire comunque gli importi delle tasse, il cui pagamento era sospeso in attesa di definizione. Ma dal contenzioso tuttavia il cittadino proponente usciva vincendo “perché le lungaggini della Pubblica Amministrazione non erano imputabili al cittadino”, che casomai era da esse danneggiato.
Più avanti, in anni recenti, e si parla sempre di scomputi proposti per imposte di successione, gli ex Uffici del Registro, ora Agenzie delle Entrate, tentarono per esempio in Toscana, di annullare parte della legge con una circolare interna regionale, cercando in sostanza di percepire denaro non dovuto, oltre all’opera d’arte proposta, che per valore gia eccedeva l’imposta, e riuscendoci grazie all’ invio di Ingiunzione di Pagamento, quindi anche con Indebito Arricchimento, oltre che il tentativo di rendere retroattiva una disposizione interna che non poteva avere forza di legge.
Pur pagando, il cittadino si è contestualmente opposto ed ha vinto, sia in primo grado che in appello, ma non riavendo indietro, a quanto risulta finora, il denaro dovutogli. Di questi casi parlo per diretta cognizione, perché raccogliere dati sull’utilizzo della legge 512/82 è risultato difficoltoso. Al punto che non è dato sapere se ed in quali o quanti casi essa sia stata usata per esempio quanto al pagamento delle imposte dirette, come previsto dall’articolo 7, che invece sarebbe la quadratura del cerchio per gli investimenti in arte, per i collezionisti e le famiglie nel caso si trovino a possedere opere di interesse storico.
Il diritto a conservare storia e patrimoni artistici familiari
Da questa disamina si ricava che ha davvero ragione il Professor Paolucci, quando nel primo numero della Gazzetta delle Case d’Asta ha scritto che il collezionismo è una bellissima, una nobile malattia: lo è certamente, se nonostante tutto questo, con grande passione c’è chi in Italia colleziona, e sono tanti, chi studia anni per divenire storico dell’arte o conservatore di beni culturali, il nostro petrolio gli fu detto, un lavoro dietro l’angolo o quasi (quale angolo? I tanti laureati disoccupati sono in attesa dell’indirizzo) e chi si imbarca nella difficile professione di essere mercante d’arte.
Mi trovo meno in sintonia però con lui, quando nello stesso articolo spiega che il meglio che un collezionista possa fare, l’apice della sua carriera, è quello di donare le sue opere allo Stato anziché ai figli. Ho dovuto far presente in proposito a mio figlio, che come me è un fervido ammiratore del Professor Paolucci, l’esistenza dell’istituto dell’interdizione. Perché ritengo che una piccola o grande collezione di famiglia, che perviene dagli avi, che contiene ricordi di generazioni, che viene spesso arricchita di opere e studiata da chi ne è il momentaneo proprietario, il capo di casa, come si diceva una volta, che si difende da assalti di ogni tipo, debba passare se possibile da padre a figlio, ossia rimanere a testimoniare una passione e una storia della famiglia.
Del resto mi pare che la figura del padre-padrone, quello che “non tocchi nulla finchè son vivo io”, che “della roba mia ci faccio quello che mi pare” sia superata almeno in Italia, dai tempi e dalla cultura, e dallo stesso concetto di democrazia.
Ne consegue anche che chi voglia iniziare oggi a collezionare, quindi a costituire risparmio attraverso l’arte, debba essere casomai incentivato e non scoraggiato.
Questo sottintende ovviamente il concetto che sono le famiglie il fondamento dello Stato e non viceversa. E che il risparmio, anche quando sia sotto forma di arte, sia da tutelare.
In questo panoramica si inserisce una iniziativa per favorire il collezionismo ed il mercato: è la proposta dell’onorevole Carra, Margherita, di abbassare l’IVA dal 20 al 4% sull’arte contemporanea per aiutare i giovani artisti: cosa buona, che sarebbe ottima se si applicasse semplicemente a tutta l’arte, antica, moderna e contemporanea, senza discriminazioni e confusioni. Del resto, come sarebbe stata, se gia in vigore, la legge applicata quando di recente è morto Piero Dorazio? Da un giorno all’altro si sarebbe dovuta alzare l’IVA sui suoi dipinti?
Ignorare l’esistenza del mercato è abitudine istituzionale
Ma un singolare aspetto di quanto le istituzioni guardino con supponenza se non addirittura con sospetto il mercato dell’arte, lo si vede per esempio quando per esempio alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna si inaugura la Mostra, bellissima, di Boldini.
Elegante il Catalogo, con puntuali e dotte ricerche, ottimo repertorio fotografico, ma non un rigo sul valore economico di questo grande artista, quando a Franco Semenzato che ne ha battuto di recente nella sua sede di Venezia uno rilevante e che è stato un Top Lot per l’artista, sarebbe bastata un’ora del suo tempo per scrivere qualche pagina di testo per il Catalogo, e chiarire a collezionisti e studiosi presenti e futuri qual’è stato e prevedibilmente sarà l’andamento economico delle opere di questo artista.
Non si pensa mai da parte delle istituzioni che spendono denaro pubblico, a legare lo studio critico su un artista in occasione di una Mostra, all’analisi del suo valore economico, tenendo presente che di quell’artista non esistono solo le opere di proprietà pubblica, ma anche quelle delle famiglie. Al contrario lo studio dei valori economici delle opere d’arte deve ormai inserirsi a pieno titolo nel concetto moderno di conservazione, ed entrare a far parte dell’ambito degli studi scientifici come imprescindibile completamento.
Un articolo memorabile di Umberto Allemandi che è apparso sul Giornale dell’Arte di Aprile ha spiegato i motivi per cui in Italia le Istituzioni realizzano tante Mostre: sono davvero i più diversi, ma guardando questa disamina si vede che manca proprio da parte delle istituzioni l’idea che le loro iniziative possano anche servire per far conoscere la semplice esistenza del mercato dell’arte, cui invece guardano con sufficienza, ma che riguarda milioni di privati, le famiglie.
Quando non sia ideologico, questo è il segno che tutto viene fatto o scritto semplicemente ignorando, ma qualche volta ignorare il valore delle opere equivale davvero a mandare il messaggio che si parla di valori solo astratti e non anche concrete, quindi di analisi scomplete.
Messaggio fuorviante, come qualsiasi mercante e collezionista sa bene, che mortifica un mercato che  esiste nonostante tutto e che fra mille ostacoli, difficoltà e disattenzioni ed è tuttora l’unico strumento a disposizione delle famiglie, che ne avvertono sempre più la necessità.
Quanto è invece auspicabile e necessario è difendere il diritto a costituire piccoli o grandi patrimoni d’arte avendo a disposizione un mercato sano e credibile, per cui si dovrà pensare, anche insieme alle Banche probabilmente, ad una Carta dei Diritti dei Collezionisti, che sarebbe un modo concreto di difendere la famiglia ed il suo piccolo patrimonio nei fatti e non solo a parole.
Un “Tavolo di Dialogo” su questo tema è urgente e necessario, ove attraverso un confronto costruttivo e rispettoso di ogni prerogativa e diritto, sia pubblico che privato, istituzioni pubbliche, banche, mercanti, collezionisti, e studiosi, ma tenendo tutti gli attori di questo dialogo ben presenti le famiglie italiane, possano trovare dei nuovi punti di equilibrio e di intesa, dando nuove indicazioni per meglio valorizzare i beni artistici sia pubblici che privati.

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