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12 Mar 2005

Una correzione al Codice Urbani. L’Elenco dei restauratori

Si chiamerà Elenco (non Albo), ma va bene lo stesso. Ed avrà le sue regole di accesso. I restauratori dopo venti anni  vedono finalmente risolta  una grave stortura che li dequalificava. Restano ancora fuori gli antiquari, che aspettano, aspettano…

Pubblicato su Eosarte.it  marzo 2005

Non è proprio l’Albo, è un Elenco, ma la sostanza è la stessa. La novità, che vorrebbe porre fine all’attuale confusione del sistema, è contenuta nel decreto correttivo del Codice dei beni culturali, approvato in via definitiva giovedì dal Consiglio dei ministri. Il problema è finalmente in via di soluzione, ed è un passo avanti per chi ha a cuore il patrimonio artistico.

A fornire la patente di professionista abilitato a metter mano a dipinti, sculture e tessuti di pregio sarà l’iscrizione in un apposito Elenco, il cui controllo sarà affidato al ministero dei Beni culturali.

Non più mestiere dunque, ma professione, come è giusto e logico, con titoli e esperienze specifiche, anche perché i nostri restauratori, va detto subito,  sono i migliori del mondo, preparati, attenti, appassionati, e vogliamo aggiungere, sottopagati rispetto alla qualità del lavoro che nella stragrande maggioranza dei casi esprimono.

Per anni i restauratori, come del resto anche gli antiquari, si sono battuti per avere un proprio Albo professionale, perché, per quanto sembri assurdo, fino a questo decreto correttivo ci si poteva fregiare del titolo di restauratore anche senza avere fatto studi preparatori adatti e una sorta di praticantato serio e comprovato che garantisse soprattutto le opere e il cliente. Un mondo ad alto tasso di concorrenza, qualche volta anche sleale.

Logico dunque mettere riparo all’anomalia la cui soluzione ha tuttavia ha visto i suoi annosi ostacoli nel fatto che l’Europa è  per l’abolizione degli albi professionali e non auspica certo l’adozione di nuovi albi, visti non solo come una strettoia alla circolazione del lavoro, ma anzi come l’instaurazione di una sorta di privilegio di casta, come molti dicono per esempio per i giornalisti.

Ma quello  dei restauratori era davvero un caso a parte. Lavoro delicato, dove non ci si può improvvisare, non può essere un “fai date”, e negli ultimi venti anni i corsi di qualificazione, a tanti livelli, ci sono stati, ed hanno formato una categoria professionale che poi bisognava pur proteggere da inevitabili inquinamenti.

L’albo lo avevano chiesto in tutti i modi e luoghi, come una forma di garanzia per tutti, ma non trovavano audience. E così fino ad oggi l’accesso alla professione di “restauratore” non conosceva particolari vincoli e potevano aspirarvi tutti: da chi frequenta i corsi quadriennali, di difficile accesso, presso l’Istituto Centrale del Restauro di Roma o presso l’Opificio delle pietre dure di Firenze, a chi usciva dai corsi organizzati a livello regionale o ancora a chi aveva iniziato come apprendista in qualche bottega.

Allo stato attuale il lavoro di restauro è un misto di grande manualità, alto artigianato, e necessità di cognizioni scientifiche sempre maggiori (si continua a studiare praticamente sempre), che richiede un’attitudine mentale di grande umiltà e pazienza di fronte all’opera. Insomma qualità mica tanto comuni, se ci riflettete. Quindi una professione rispettabilissima e da rispettare e valutare in conseguenza. Quindi da non deprimere sottovalutandola a rango di un mestiere a bassa concentrazione di capacità.

 Eppure anche allo stato attuale può anche dirsi “restauratore”chi ha semplicemente frequentato corsi di qualche settimana per puro passatempo, con qualche vaga attitudine al disegno e all’artigianato, credendo che un corso breve, che però fa molto chic, ti qualifichi.

Corsi di questo genere, che hanno dato poco  più che una infarinatura, ce ne sono stati. Corsi che hanno avuto in fin dei conti una loro utilità, perché almeno dovrebbero essere serviti  a far capire a chi li abbia frequentati che essendo il restauro un lavoro serio e di responsabilità, ci si deve poi approcciare con studi ed esperienze serie, per cui le quattro/sei settimane non possono bastare a qualificare nessuno. Ma chi ha avuto  passione, e sono la maggior parte, poi, pur essendo partito da corsi di questo genere, ha continuato a studiare e ad imparare, spesso con grande umiltà e volontà, ed anche con utilità, risolvendo oltretutto l’inserimento nel mondo del lavoro. Perché il lavoro nella professione del restauro, con tutto il patrimonio pubblico e privato che abbiamo, ce n’è per almeno i prossimi trenta anni. O meglio, ce ne sarebbe, ma al ritmo con cui si investe in restauri, ancora troppo poco, c’è lavoro per i prossimi sessanta anni. Un filone praticamente inesauribile, perché intanto altro patrimonio oggi ancora sano, inevitabilmente subirà degrado.

Ma il lavoro è questione difficile, perché abbiamo sentito predicare negli ultimi venti anni che i beni culturali sono il nostro petrolio, e promesse ai giovani ne sono state fatte a mani basse, anche rispetto ad un settore basilare, come è appunto il restauro. Ed allora sono stati tanti i giovani che si sono accostati con fiducia alle promesse, quasi leggende,  relative al mondo del nostro patrimonio artistico, ma si sono poi trovati davanti strade impervie, sbarrate, concorsi che non ci sono, carriere bloccate,  sbocchi di lavoro ne facili ne protetti.

Vale la pena, per esempio,  di fare 24 esami per laurearsi in Conservazione dei beni Culturali per poi fare, se ti va bene,  la guida turistica?

Sappiamo benissimo di vivere in un mondo in cui spesso la concorrenza sleale paga più dei meriti, ma non è questo quello che è stato detto venti anni fa. E nemmeno ieri od oggi .

Tanto che, per restare al mondo del restauro, per lavorare oggi spesso non basta essere bravo a restaurare (cosa che non è ovvia per niente se non proteggi chi è qualificato dai pasticcioni) ma bisogna essere bravi soprattutto a trovare chi sponsorizzi un restauro, perché manca, come al solito chi paga. Si ché assistiamo spesso, sempre di più, a lavori che cominciano ma non terminano per mancanza di fondi, ad altri che non cominciano affatto perché non si trova chi sponsorizzi, nonostante i tanti sgravi fiscali posti in essere, perché spesso troppe aziende che pure potrebbero permetterselo, non credono ancora nel ritorno d’immagine che deriva dall’aver contribuito a salvare un pezzo di patrimonio.

Miopia? Si, certo, ma anche imprudenza dal non aver consentito ai cittadini, al vasto popolo dell’arte, di convogliare del denaro mirato a questo scopo direttamente nella propria dichiarazione dei redditi (leggi otto per mille).

Mentre quello resta problema irrisolto, intanto almeno quello della qualificazione del lavoro del restauro fa un passo avanti ed il futuro elenco servirà da sbarramento.

Intanto sarà aperto solo a chi avrà una formazione ad hoc, che sarà definita da decreti predisposti dal ministero dell’Istruzione di concerto con quello dei Beni culturali. L’insegnamento del restauro potrà essere impartito nelle scuole di alta formazione e studio, in centri anche interregionali e in altre strutture pubbliche o private (fra cui ce ne sono alcune qualificatissime come la Spinelli a Firenze, tanto per fare un nome), purché accreditate presso lo Stato.
Il decreto correttivo del Codice disciplina, inoltre, la fase transitoria verso il nuovo elenco. Potranno accedervi: coloro che conseguiranno il diploma presso una scuola di restauro statale (purché risultino iscritti dal 1° maggio 2004); chi, prima del 16 dicembre 2001, abbia conseguito un diploma presso una scuola di restauro statale o regionale di durata non inferiore a due anni e abbia svolto l’attività di restauratore per un almeno un biennio e i lavori di restauro risultino “certificati” dal committente; chi, sempre prima del 16 dicembre 2001, abbia svolto per almeno otto anni attività di restauratore “certificata”.
Al di fuori di questi casi, tutti gli altri che lavorano come restauratori o aspirano a farlo potranno, nella prima fase, accedere all’elenco solo dopo il superamento di una prova di idoneità, le cui modalità saranno stabilite, entro la fine di ottobre prossimo, con un decreto del ministero dei Beni culturali. All’esame di idoneità potranno partecipare: coloro che, prima del 16 dicembre 2001, avevano già lavorato come restauratori da almeno quattro anni; chi consegue, entro quest’anno, un diploma di restauro presso le accademie di belle arti con insegnamento almeno triennale o presso una scuola di restauro statale o regionale almeno biennale; infine, chi raggiunge un diploma di laurea specialistica in conservazione e restauro del patrimonio storico-artistico.

Nonostante quello che finalmente oggi accade fosse logico, ci sono voluti anni, almeno venti, per arrivarci, e non si può escludere che nel frattempo qualche “improvvisato” nella categoria ci sia stato, ma per fortuna una minoranza. Quindi i committenti, le soprintendenze, che del resto si rivolgono a ditte qualificate, ma sopratutto i collezionisti, più raramente potranno ancora  incappare per inesperienza nel “nipote di un amico che ha fatto l’accademia” (non si sa poi quale), o alla signora bene che ha aperto un laboratorio di restauro di mobili senza capirci niente. Saranno da domani più garantiti.

Poi ognuno è libero di fare come vuole: puoi andare dal medico o dallo stregone, decidi tu (se sei un privato).
Rimane invece irrisolto il problema degli antiquari ove, sembra incredibile ma è così,  tuttora praticamente chiunque può fregiarsi di questo titolo e mettere su un’insegna con scritto “Antichità” vendendo cose che nemmeno sembrano antiche.

Qui il legislatore non si preoccupa ancora, e fa molto male, perchè anche gli antiquari chiedono e con ragioni non meno valide dei restauratori, il loro Albo da molti anni.  Almeno venti. Ne hanno bisogno loro, ne hanno bisogno i collezionisti, ne hanno bisogno le famiglie: praticamente tutti.

E se non lo volete chiamare albo chiamatelo pure Elenco, va bene lo stesso.

I restauratori hanno vinto la loro battaglia. Non ancora gli antiquari.

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