Toghe rosso sangue, vita e morte di eroi italiani.
di Rossana Soldano -
Ventisette colpi, uno dopo l’altro, senza interruzione. Senza il tempo che la realtà ha messo tra di loro. Ventisette colpi, senza la nebbia dell’oblio che li nasconde da quarant’anni. Ventisette colpi, chiamati a voce nitida, vittima e carnefice. E le vittime hanno nomi, i carnefici provenienza, non sempre la stessa. Ventisette colpi, ventisette giudici. Ventisette omicidi. Comincia così ‘Toghe rosso sangue’, spettacolo tratto dall’omonimo romanzo d’esordio di Paride Leporace, in scena alla Casa delle Culture di Roma, che rende giustizia menmonica a quei ventisette magistrati che dal 1969 al 1994 hanno perso la vita per mano di Mafia, Camorra, ‘Ndrangheta, Terrorismo Rosso e Terrorismo nero. Servitori dello stato che lo stato non è riuscito a proteggere.
Quattro attori in scena raccontano alcune delle loro storie in un percorso narrativo che parte dall’omicidio del giudice Agostino Pianta, ucciso nella Procura di Brescia nel marzo 1969, e prosegue con quello del giovane sostituto procuratore della Repubblica Emilio Alessandrini, ucciso da Prima Linea vicino la Procura a Milano. E poi il magistrato Mario Amato, ucciso con un colpo alla schiena, a Roma fino ad arrivare alla carneficina mafiosa tra gli anni Ottanta e Novanta, da Bruno Caccia vittima dalla ’Nadrangheta a Paolo Borsellino. Cronaca di morti annunciate, molte di queste fotografate nella nostra memoria con i contorni dei filmati televisivi.
Non solo la storia dei martiri ma anche quella dei carnefici, perché ogni storia ha un’altra metà e se non le racconti entrambe non dici la verità. Emanuela Valiante, Francesco Marino, Diego Migeni, Sebastiano Gavasso hanno interpretato gli uni e gli altri. Le vittime e gli assassini, perché quando alla storia dei giusti si mischia la storia di chi uccide, il rumore è più forte. E anche quando, come negli anni di piombo, è l’idea che preme i grilletti, tra le idee e i morti ammazzati ci sono uomini, che fanno scelte.
E poi ci sono le storie di mezzo, come quella di una giovane donna palermitana che assiste alla morte di Paolo Borsellino distinguendo l’uomo buono dal magistrato cattivo. E chissà se esiste ancora qualcuno che vive davvero in quella terra di mezzo. Emanuela Valiante è brava, la sua preparazione accademica spicca per tutto lo spettacolo, ma se le lingue si imparano, i dialetti no, perché non vengono dalla testa, vengono dalla terra. Non è conoscenza, è appartenenza. Se nasci a Roma, non parlerai mai palermitano. Di dialetti si nasce, non esistono terre di mezzo.
Il racconto si chiude con un’ultima storia, senza spari. Una storia silenziosa, di quelle che fanno più rumore. Quella del giudice Paolo Adinolfi è una storia irrisolta. E’ scomparso, letteralmente, nel nulla nel luglio del 1994 senza lasciare alcuna dichiarazione, tranne una confidenza fatta a un collega su delle informazioni su un’indagine che ‘avrebbe fatto crollare il tribunale di Roma’. In sala, la sera della prima, c’era anche suo figlio Lorenzo, avvocato anche lui.
Ventisette colpi. Più uno, sordo. Una sola toga, perché se il male ha diverse provenienze, la giustizia è un punto fermo. E i punti fermi sono bersagli facili.
‘Maledetto è il Paese che ha bisogno di eroi’ ha scritto Bertold Brecth. Eroi in Italia ce ne sono stati più di quanto questa Nazione riesca, o voglia, a ricordare. Ventisette di loro sono superbamente raccontati e ricordati alla Casa delle Culure, fino al 18 dicembre.