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5 Gen 2012

Il “Bunker” newyorkese di William Burroughs si apre per Manlio Capaldi

“We must hold the bunker at all costs”, così dichiarò William Burroughs nel 1977 riferendosi all’appartamento al 222 della Bowery a New York in cui visse dal 1974 al 1997 – anno della sua morte – il poeta e scrittore, perno fondamentale del movimento Beat americano. Burroughs amava molto questa residenza così centrale a Manhattan in cui ospitò e ricevette generazioni di artisti, dai suoi compagni di strada a personaggi come Andy Warhol, Patty Smith, Lou Reed, Mick Jagger, Joe Strummer.

william-burroughs.jpgcapaldi-casa-burroghs.jpgthe_bunker_nyc.jpg
Alla sua morte l’appartamento è stato acquisito dall’amico e poeta John Giorno, con la sua “Giorno Poetry System Institute Foundation”, che lo ha lasciato intatto con gli oggetti, gli arredi, gli effetti personali di Burroughs. Sinora solo lavori di ordinaria manutenzione ma senza una reale apertura all’esterno. Il primo artista cui è stata offerta la possibilità di risiedere per un periodo nella casa per produrre un lavoro al suo interno, è il barese Manlio Capaldi. Docente universitario e studioso del movimento, ha sviluppato intensi rapporti professionali e intellettuali con alcuni dei suoi esponenti, in particolare con John Giorno. Un sodalizio intellettuale iniziato negli anni Settanta che ha anche prodotto nel 2006 una mostra di dipinti e poesie su tela realizzati a quattro mani e presentati alla Galleria Marilena Bonomo di Bari.
John Giorno ha messo così a disposizione di Manlio Capaldi il famoso “bunker” newyorkese che si è fatto fonte d’ispirazione per un coinvolgente progetto artistico. Il mondo domestico e privato di Burroughs è svelato dall’occhio dell’artista attraverso una serie di pratichethe_bunker_nyc-capaldi.jpg esplorative.
La serie “Flikers” presenta un’onirica visione della camera di Burroughs attraverso scatti effettuati dal punto di visione del suo letto. Nei video “Blue light – The heat is off of me…” il fascio di luce alternata di un minaccioso lampeggiatore blu, di quelli usati dalla Polizia, illumina oggetti emblematici dello scrittore: la macchina da scrivere, la sua pistola, l’immancabile cappello, una lunga crepa nel pavimento. Motivo questo ripreso anche nelle sculture “Signatura loci” dove fil di ferro e pagine scritte si inerpicano in articolate sinapsi. Sempre sul fronte
installativo, campane votive  in vetro, illuminate da lampeggianti colorati della serie “Disclosure machine” introducono temi mediterranei che si avvicinano alla visione mistica della ricerca burroghsiana. Un complesso di articolate suggestioni visitabili nel sito ufficiale www.thebunkernyc.com e che, dopo la tappa newyorkese, saranno disponibili per un’esposizione in Italia.

  1. 1 Comment(s)

  2. By marina losappio on Feb 11, 2012 | Reply

    vorrei notizie sulle possibilita’ di vedere queste mostre in italia.E un grazie alla maestria tenace di Manlio capaldi,che ci permette di riacquisire questi beni artistici.

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