COM’È TRISTE MIART AL TEMPO DELLA CRISI
La Stampa, Manuela Gandini -
II mantra del lamento correva di bocca in bocca a Miart la fiera d’arte milanese che ha chiuso ieri i battenti: il salasso dell’Iva al 21% sulla vendita delle opere è la causa dell’acuta depressione che investe il mercato dell’arte. Un salasso acutizzato da quando le opere sono al centro delle indagini fiscali sui beni di lusso. Un salasso che i tedeschi, con un carico del 7% e gli svizzeri dell’8%, non conoscono. «Il fatto che l’arte sia considerata bene di lusso - afferma Carlo Frittelli di Firenze - è un freno che paralizza tutto. Bisogna evitare che le gallerie chiudano, gli artisti smettano di produrre e le opere di circolare». Ognuno in fiera porta storie, merci e attese. Giorgio Marconi, che occupa un grande spazio centrale, afferma: «Ho proposto una piazza come luogo di socializzazione».
Una piazza con grandi installazioni di Louise Nevelson e sculture di Arnaldo Pomodoro, con i barili di petrolio di Christo, i meccani di Baj e le poltrone per riposare e trattare. Gianfranco Composti, che espone tra l’altro un letto occhiuto di Luigi Ontani del 1987, afferma: «Non ho venduto nulla, è un dramma psichico, in questo stato di polizia è tutto fermo, immobile». Il paradosso è che nel frattempo i nostri collezionisti vanno in Svizzera ad acquistare liberamente opere di italiani. L’ulteriore dieta, subita quest’anno da Miart, sembra incarnata nel nuovo logo che ha sostituto le lettere panciute originarie con lettere strette, lunghe e magre. Gli espositori sono in tutto 92, dei quali 13 stranieri e 45 milanesi. Il nuovo direttore Frank Bohem, con la curatrice storica Donatella Volontè, ha adottato la formula di mischiare il moderno al contemporaneo evitando i tradizionali compartimenti stagni. A lato, vi sono le gallerie giovani italiane e straniere presentate nella sezione Emergent, dove prevalgono video, fotografia, installazioni. Alla Galleria Pantaleone, Per Barclay presenta tre grandi foto specchianti di Palazzo Costantino a Palermo; Lars Laumann, alla galleria olandese West, proietta le riprese di una camera di video-sorveglianza su una scultura amorfa. Sono le scene della Love Parade di Duinsburg dove morirono una ventina di persone schiacciate da una folla ingovernabile.
Nel complesso le opere acquistate hanno costi medi e bassi: Sabrina Mezzaqui, Igor Gubric, Luigi Ontani, Georges Adeagbo per citarne alcuni. A qualche centinaio di metri da MiArt, nella sede de II Sole 24 Ore, si svolge «Arte Accessibile», la fiera alternativa. L’ambiente è simile a un suq. E pieno come un uovo di quadri, fotografie, oggetti, sculture, disegni, feticci, caricature. Gli spazi sono piccolissimi, i prezzi bassi e c’è un’aria di festa nel brulichio di persone e cose. Alcune gallerie hanno progetti ad hoc come La Fabbrica Fluxus Lab di Bari, curata da Roberta Fiorito, dove un gruppo di artisti ha riproposto una serie di duchampiane boite en valise. Valigie di opere che vorresti preservare per un viaggio estremo. Giuseppe Paolillo l’ha riempita di ex voto, ordinati e rituali; Christina Calbari ha realizzato un grande libro da viaggio con acquarelli in bianco e nero raffiguranti ragazzine e istitutrici. Wallemberg ci ha messo allegre palle di stoffa, mentre Fernanda Veron bottiglie di colore. Ma l’icona di Arte Accessibile, la più fotografata e discussa è la Vespa di Gianni De Paoli. La struttura è ricoperta interamente di pelle di pesce e resine. L’artista di Candia Canavese riveste tutti i suoi oggetti e le sue tele con la pelle di pesce, dando dignità allo scarto, lanciando un allarme ecologico, coniugando la poesia e il concettuale con il materiale organico