Il rapporto di Symbola sull’economia della cultura. La ricchezza dell’Italia immateriale
Europa, Guido Moltedo -
I dati del Rapporto 2012 di Symbola sulla nostra industria culturale
Venezia dovrebbe essere governata dalla Walt Disney. John Kay, giornalista del Times, lo scrisse quattro anni fa, con serietà e senza alcuna ironia, in un articolo molto polemico nei confronti della gestione dei flussi turistici da parte della giunta di allora, presieduta da Massimo Cacciari. Con 70.000 residenti e una ventina di milioni di visitatori, la città della laguna è ormai un parco tematico - sosteneva il giornalista economico inglese - e il management della Walt Disney Company saprebbe far meglio dell’amministrazione comunale per quanto riguarda sia i profitti sia l’accoglienza. In una città sempre in bilico tra i soldi facili del turismo, ma solo per alcune categorie, e nostalgia di un futuro ideale di economia e ambiente sostenibili non più ostaggio dei turisti, Kay ebbe il merito di lanciare l’allarme sullo stato della più simbolica delle nostre città d’arte e, più in generale, sulla fruizione del patrimonio culturale e artistico di centri come Venezia, appunto, Roma e Firenze. Turismo sì, ma a che prezzo? Programmato e gestito come? Intanto, una discussione più ampia va avanti da qualche tempo sulla cultura come risorsa strategica dell’economia italiana, in un periodo in cui essa, al contrario, è considerata un orpello che va soggetto a tagli impietosi.
E se è vista come fonte di reddito, è solo per i beni che possono essere messi in vendita perché lo stato in crisi faccia cassa. Mentre poco o nulla si dice sull’importanza, anche per le ricadute economiche, del recupero e del mantenimento di quelli che negli anni ‘80 Gianni De Michelis definì “giacimenti culturali. «John Maynard Keynes - scriveva qualche giorno fa su Europa, Federico Orlando - si sarebbe sfregato le mani di fronte ad un’opportunità come la nostra». Coglierla e sfruttarla a dovere, quest’opportunità - scriveva ancora Orlando - «significherebbe innescare un processo economico di larghissima importanza, con l’utilizzo di maestranze di ogni ordine tecnico e d’intellettuali, storici, critici d’arte, per non parlare di addetti al restauro. Pochi altri settori possono permettersi un così vasto utilizzo di specializzazioni». La via indicata da Federico Orlando è quanto mai sensata, anche perché il percorso che egli auspica risulta già abbastanza battuto, se si osservano i dati contenuti in L’Italia che verrà: Rapporto 2012 sull’Industria culturale in Italia, elaborato dalla Fondazione Symbola, presieduta da Ermete Realacci, e Unioncamere con la collaborazione e il sostegno dell’assessorato alla cultura della Regione Marche, e realizzato con la supervisione di Pierluigi Sacco, della Iuav di Venezia, e con il coinvolgimento di una ventina di esperti.
Cifre eclatanti. Confortanti. Ma anche controverse, se non si condivide l’impostazione della ricerca, dal momento che essa fa coincidere cultura con produzione immateriale e con una fetta consistente di terziario e di servizi. Cifre tali, comunque, da far uscire il confronto sul nesso cultura-economia in Italia dalle consuete polarizzazioni e contrapposizioni e da costringere a ragionare su un’altra ampiezza e articolazione dei vari temi in campo. Innanzitutto colpiscono alcuni dati di fondo: la cultura vale il 5,4 per cento della ricchezza prodotta in Italia, pari a circa 76 miliardi di euro, e impiega 1,4 milioni di persone, ovvero il 5,6 per cento del totale degli occupati del paese. Ma va subito detto che lo studio si basa, come si diceva, su un’accezione dilatata di ciò che è e produce cultura in Italia. Una visione che non ingloba e abbraccia solo le imprese che producono cultura in senso stretto. Per dirla con le parole dei ricercatori, il cuore dello studio sta nel «non limitare il campo d’osservazione» ai settori tradizionali della cultura e dei beni storico-artistici, ma nell’andare a guardare quanto contano cultura e creatività nel complesso delle attività economiche italiane, nei centri di ricerca delle grandi industrie come nelle botteghe artigiane, o negli studi professionali, attraverso la classificazione in quattro macro settori. Si tratta di industrie culturali, industrie creative (architettura, comunicazione e branding, artigianato, design, made in Italy), patrimonio storico-artistico architettonico, e, infine, performing art e arti visive. Al corpo centrale della ricerca, inoltre, è affiancata anche un’indagine su tutta la filiera delle industrie culturali italiane, quei settori che non svolgono attività culturali, ma che sono attivati dalla cultura.
Una filiera articolata e diversificata, della quale fanno parte: attività formative, produzioni agricole tipiche, attività del commercio al dettaglio collegate alle produzioni dell’industria culturale, turismo, trasporti, attività edilizie, attività quali la ricerca e lo sviluppo sperimentale nel campo delle scienze sociali e umanistiche. Uno scenario che passa per un milione e mezzo di realtà e va dal biocarburante di seconda generazione del Piemonte alle sartorie tradizionali di Ginosa di Puglia, dalla Brianza del mobile all’occhialeria di Belluno. In questo puzzle di cifre per molti versi sorprendenti, resta il paradosso, questo ben poco sorprendente, del prodotto delle imprese legate al patrimonio storico-artistico: incide per 1′1,4 per cento del valore aggiunto del settore. Insomma, se si allarga, come può essere giusto e opportuno fare, lo sguardo sulla produzione culturale, purtroppo si mette
in evidenza che la cultura strictu sensu resta la Cenerentola nel paese che detiene oltre il sessanta per cento del patrimonio artistico e ambientale mondiale.