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19 Mag 1982

1982, TREMILA ANNI PORTATI BENE, articolo di Carlo Dissennati

Da IL MERCATO DELL’ARTE di Arezzo e Provincia, anno 1982, N.2, pag. 2, Di  Carlo Dissennati

Bisogna ammettere che Arezzo porta bene i suoi tremila anni. Merito di una posizione geografica invidiabile, in mezzo alla cerchia delle colline che an nunciano l’Appennino ed al centro di quattro vallate, e merito del carattere dei suoi abitanti che ha saputo reggere ai rovesci della storia. Le fortune sono state infatti assai rare.
I ritrovamenti archeologici dicono di popolazioni insediate nel suo territorio fino dalla preistoria; fu città etrusca fino a quando Roma non riuscì a fagocìtarla; subì le scorrerie dei barbari e la do minazione feudale. Con il libero Comu ne poté sviluppare la sua intraprenden za; fu ghibellina e si trovò di fronte Siena e Firenze. Ebbe la meglio sulla prima, ma ricevé un colpo mortale dalla seconda nella battaglia di Campaldino. Ritrovò la sua potenza per l’azione del vescovo Tarlati; ma attraversò poi un lungo periodo di carestie, pestilenze e scorrerie delle compagnie di ventura. Divise successivamente le sue sorti con Firenze contro la quale peraltro insorse più volte. Vennero quindi il granduca to, l’occupazione napoleonica, il ritor no dei lorenesi e l’unione al regno d’Ita lia.
Il carattere degli aretini è dunque fa talista e distaccato. Avvezzi a guardare in faccia i secoli, non si commuovono per le vicende contingenti. Agricoltori fino a qualche decennio fa, del mondo della campagna conservano la laborio­sità e la pazienza. Hanno saputo sco prirsi industriali e commercianti ed hanno costruito un’economia che resiste al­la generale crisi del Paese. Punto di for za è l’attività orafa che esalta spiccate vocazioni artistiche.
Arezzo è ricca di un patrimonio d’ar te considerevole ed è anche città di anti quariato come testimonia la sua fiera ormai famosa in Europa.
Delle tradizioni medievali sopravvive la giostra del Saracino, rude gioco d’ar mi che ha per bersaglio un automa raffi gurante un re mussulmano, e lo sban dieramento come lontana eco dei festeg giamenti per le visite di grandi perso naggi. Al contrario di Siena (e qui sta forse una riprova della sua saggezza), Arezzo, che il Saracino divide in quat tro fazioni, non spinge le inimicizie contradaiole al di là del giorno in cui si svolge la rievocazione storica.
Se la città antica, molto ammirata per i suoi monumenti e per il suo tessuto urbanistico, si tiene stretta al colle di San Donato, la città moderna è scivola ta a valle. Qui ferve la vita particolar mente nel centro commerciale. Gli are tini sono consumisti, forse per una sorta di rivendicazione alle privazioni di un tempo. Per un innato senso estetico, l’e leganza femminile è fra le più apprezza te d’Italia.
La cultura lambisce soltanto il tessuto sociale. Se si va a scuola perché una laurea è considerata ancora un blasone, non si insiste poi nel fecondare i propri studi. Il che non toglie che Arezzo abbia un cenacolo fra i più prestigiosi, l’acca demia Petrarca, e non sia la città della
musica in omaggio a Guido Monaco che qui avrebbe avuto i natali. Il con corso polifonico internazionale è mani festazione che coagula il diffuso senso musicale. Ha anche una università rina ta dopo sette secoli, ma nessuno sembra accorgersene.
Gli aretini si ignorano quando si in contrano nel Corso, passeggiata angusta ma irrinunciabile. In verità si conoscon tutti. Non sono ancora cento mila e quindi ciascuno sa del prossimo vita, morte e miracoli. Se vive una solidarietà di campanile, vivace è l’individualismo sintomo di intelligenza e di antimassifi cazione. Sono generosi. Si pensi che hanno dotato l’ospedale cittadino dei più moderni strumenti, rifornendo di centinaia di milioni un comitato sorto a questo fine. È un comitato apolitico, perché davanti alla politica gli aretini storcono il naso, non se ne fidano. Più che alle promesse degli esponenti di par titi (ne hanno avuti di grande nome), credono nel loro lavoro, nella loro in ventiva; contano insomma sulle loro forze.
Amano mangiare bene perché la gastronomia locale è ricchissima. Per que sto, quando non lavorano, sono quasi sempre a tavola.
«Rendez vous», fatti salvi i night club per giovanissimi, non esistono; i circoli vivono infatti vita sommessa e si stanno estinguendo; nei ristoranti e nei caffé ci si scambia un saluto soltanto. Gli aretini sono tuttavia estroversi nella loro cer chia personale e molto cortesi con i fore stieri.
Il loro cattolicesimo si ferma alla messa della domenica ed al matrimonio in chiesa. Non usano del divorzio; quando occorre lo fanno all’italiana contando sul declino del pettegolezzo. Non si rendono conto, ed è fatale per chi è nato dentro alle mura medievali, delle bellezze artistiche, architettoniche e paesaggistiche che li circondano. Dan no tutto per scontato e non perdono tempo a visitare i loro musei o i celebri affreschi di Piero della Francesca. Amano guardare avanti; il passato, anche se glorioso nelle sue irripetibili testimonianze, lo lasciano all’ ammirazione degli altri.

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