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19 Mag 1982

1982, QUEL PENNINO SENZA VALORE … Colloquio con Ivan Bruschi

Tratto da:  Il mercato dell’arte di Arezzo e provincia, pag. 14, anno 1982, n.2, Colloquio con IVAN BRUSCHI

La Fiera antiquaria di Arezzo è incominciata nel giugno del 1968. Questa formula di commercio antiquario, è nata da esigenze di maturazione dei tempi. L’oggetto antico oggi ha assunto infatti un significato più largo, più profondo di quanto aveva prima. Mentre un tempo l’oggetto era visto sotto l’a spetto estetico, speculativo o di tesau rizzazione, oggi ha assunto, aspetti più interessanti, non deve essere più sola mente bello o raro ma è necessario che trasmetta quella carica di un’epoca passata direttamente e non attra verso il semplice racconto storico.

Oggi siamo entrati, dopo l’era dell’oro e del bronzo, nell’era della plastica: tutto viene pianificato, tutto diventa uguale, gli appartamenti sono fatti in serie, sono tutti molto simili tra loro, hanno una dimensione ossessionante.

La gente abita case sempre uguali e compera gli stessi oggetti per arre darle. Ecco perché l’esigenza dell’uomo contemporaneo si manifesta nel desiderio di personalizzare, di diversi ficare e diversificarsi. È un’esigenza del nostro spirito a cui corrisponde una rivalutazione inaspettata dell’oggetto antico.
Il boom di questi ultimi anni che ha avuto l’oggetto d’antiquariato se condo me significa proprio questo, il desiderio di circondarsi di oggetti di versi e che tutti portino l’impronta della mano dell’uomo.
È un fenomeno riscontrabile anche negli stessi giovani: nonostante tendano al futuro rigettando la mentalità dei «matusa», ricerca no cose dell’epoca passata. Infatti non si ricerca più l’oggetto raro nel negozio degli antiquari ma si assiste all’allargarsi della fascia di collezionisti e per conseguenza ad una richiesta di mer cato maggiore.

Anche il livello culturale si è alzato, un esempio: qui ad Arezzo c’è un ope raio che colleziona denari d’argento romani «famigliari» che vennero co­niati da circa 180 famiglie con una tipo logia di 1800 speci; bene, lui le cono sce tutte, tante volte mi lascia perples so. Si capisce quindi che l’interesse verso il passato è diventato una cosa comune e questo è importante: la fiera antiquaria, con le sue bancarelle, ri sponde proprio a questa diversa do manda. Alla luce di questa nuova si tuazione, pensai di creare una fiera antiquaria che in altri paesi con una tradizione più antica, non era cosa nuova: Portobello a Londra, il Mercato delle Pulci a Parigi e così via.

All’inizio non fu una cosa molto semplice, i partecipanti di queste fiere erano piccoli antiquari di paese e raggrupparli tutti ad Arezzo non fu semplice. Mi avvalsi allora delle mie ramificazioni di mediatore; essendo conosciuto in tutta Italia e per il prestigio mio e della mia famiglia, riuscii a raggrupparne circa un centinaio. Fu un successo. La seconda volta aumentarono considere volmente di numero ed oggi possiamo contare su circa 600 espositori diversi, provenienti anche dall’estero. Nella vostra rivista vengono seguite queste manifestazioni antiquarie che sono ormai arrivate ad un centinaio, ciò dimostra la riuscita di tali iniziative.

Non trascurabile per esempio è il lancio turistico che la fiera antiquaria ha determinato ad Arezzo.
La Piazza Vasari era un cimitero prima che lo spettacolo della fiera la ripopolasse, uno spettacolo che ogni volta è diverso. Se posso fare una previsione, penso che in futuro ogni città avrà il suo mercato dell’antiquariato, naturalmente ci sarà una gerarchia d’importanza e la figura dell’antiquario rientrerà in un’élite come era un tempo: gli acquirenti saranno nuovamente lo studioso, il collezionista, ai quali magari non importa spendere qualcosa di più pur di trovare il pezzo ricercato già pronto, restaurato.
Il sistema di vendita nei negozi d’antiquariato non sarebbe più sufficiente infatti per colmare la domanda e questa capillarità d’offerta risponde pienamente alle nuove esigenze. Non è trascurabile inoltre il valore delle fiere antiquarie, attività che portano ad una conservazione di documenti che non hanno valore estetico ma che hanno valori documentari che andrebbero perduti.
lo mi diverto ogni tanto a fare delle analisi, delle indagini. Per esem pio ai bambini mostro un pennino, di quelli che si intingono nell’inchiostro, oppure l’isolante di porcellana che una volta si usava per i fili della luce; loro ne ignorano l’uso e non li hanno mai visti. Anche queste cose, che non hanno valore artistico, nel passato venivano distrutte, ora, al contrario vengono collezionate e rappresentano un importantissimo recupero culturale.

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