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21 Giu 2008

“Le storie della Fiera” dallo speciale sui Vent’anni della Fiera di Arezzo allegato a “L’Osservatore” numero 14 maggio-giugno 1988

LE STORIE DELLA FIERA

di Ersilia Agnolucci

Non è difficile confondere le fiera con la festa. Si porta dietro lo stesso sapore paesano, evoca commistioni imprevedibili, rumori e colori. Tutto questo, con molte eccezioni ovviamente, riguarda anche la Fiera Antiquaria. Quando nacque nella speranza di realizzare buoni affari sul piano economico e turistico e di avere dei grossi vantaggi sul piano culturale, propose immediatamente un rapporto diverso con l’oggetto antico offrendogli un contesto familiare.

Fu una scommessa col grande pubblico e un ampliamento dei confini dell’antiquariato verso i lidi delle curiosità e dell’oggettistica minore. Da quel mitico ‘68 l’appuntamento del primo week-end di ogni mese è divenuto un’immagine di propaganda della città a livello internazionale. Nel giro di venti anni ha riunito aneddoti e leggende che sono confluiti nel gustoso archivio del primo mercato delle pulci italiano. Si tratta degli episodi che lvan Bruschi, con molto affetto, ama ricordare: dalla culla di Giacomo Leopardi e del suo sventurato ritorno a Recanati ostacolato da una bufera di neve, fino allo scoop di una scultura del XV secolo comprata per poche lire essendo camuffata da un aggiornamento ottocentesco. Le leggende riguardano invece le firme ec1atanti che sarebbebero passate tra un coccio e una moneta: un supposto Caravaggio, un Van Gogh, El Greco, tanto per citare qualche nome. Di acquisti importanti ne sono stati fatti e si continuano a fare. Sappiamo di collezioni prestigiose che ad Arezzo hanno trovato ottime occasioni di approvvigionamento: la raccolta di maioliche della principessa Marinetta Ruffo di Frassineto ceduta al museo della ceramica di Faenza, la collezione di Siviero, oggi in esposizione permanente a Palazzo Vecchio, la raccolta, famosa nel mondo, di carte da gioco e di tarocchi formata da Vito Arienti, la collezione Lebole di maioliche. Nell’archivio dell’aneddotica ufficiale sfilano tantissime immagini di volti noti; personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e della politica (da Pablo Neruda a Henry Moore, da Monica Vitti a Mitterand) hanno formato nel tempo il pubblico celebre di un mercato sorto con semplici pretese. A dire il vero, il progetto fiera fu lanciato congiuntamente ad un piano molto ambizioso: quello di riconsegnare una funzione vitale alla piazza Vasari nel rispetto della sua tradizione. Se ancora si parla della questione del centro storico come di una questione irrisolta, le responsabilità non dipendono dagli esiti della manifestazione, quanto dagli equivoci che hanno informato il dibattito in materia. Sta di fatto che la fiera ha sollecitato dei restauri di manutenzione, ha stimolato la riapertura e l’utilizzo di molti fondi. Soprattutto è servita ad alimentare attività permanenti nei settori dell’antiquariato e del restauro, ed ha inaugurato nuove forme di collezionismo. Ma di questa fiera si tramanda, sull’onda del folklore, anche qualche nota insidiosa: sarà capitato di sentir dire che i rivenditori sono improvvisati e un po’ imbroglioni, che il materiale dei banchi ha spesso una provenienza illecita. Voci più o meno attendibili che certamente rientrano nella letteratura dell’antiquariato e che hanno avuto facile presa in una città diffidente per natura, la quale con molta lentezza ha preso ad amare la fiera, ad accettarne i riti, a sopportarne l’ingombro. Dopo venti anni di vita, avendo passato gli anni grassi dell’espansione economica, vivendo ora gli anni meno buoni della recessione e contribuendo all’educazione di un pubblico estremamente eterogeneo (amatori, collezionisti, commercianti, trafficanti e privati), la Fiera aretina è un segnalatore fondamentale degli orientamenti di mercato, un centro di smistamento dove continua a riunirsi la merce proveniente da tutte le parti d’Italia. Tra luci ed ombre è in grado di raccontare una storia importante che già dieci anni fa, in occasione della centesima edizione, contava un volume complessivo di affari valutabile sui 200 miliardi, incluse le spese di permanenza sostenute dagli espositori e dai visitatori. L’economia dell’Arezzo moderna deve mettere con le fortune dell’oro i proventi di un bussines spesso sottovalutato creato sul lavoro particolarissimo di figure che stanno a metà tra l’antiquario e il rigattiere. Per capire di più bisogna andare dietro le quinte della festa e cominciare dallo scenario del venerdì sera: quando si accendono le luci di palazzo Brizzolari e fuori prendono posto i carichi incredibili dei napoletani e dei baresi; quando girano con le pile i primi acquirenti potenziali alla ricerca frenetica di scoperte sensazionali o quasi. Comincia allora, secondo un gioco delle parti, la recita delle contrattazioni. Si ha subito l’impressione· che il valore del denaro segua norme speciali. E lo sono davvero dal momento che tengono conto della domanda e dell’offerta. E nella domanda ci sono i costi e i rischi dei viaggi, i costi del soggiorno, i guadagni da realizzare sul prezzo di acquisto della merce che viene messa in vendita. Nella stragrande maggioranza i protagonisti del fine settimana fieristico, i più grossi forni tori dei commercianti, sono ambulanti che passano da un mercato ad un altro. Spesso gli scambi si basano su principi elementari che privilegiano la vendita veloce, piuttosto che il valore presupposto del pezzo antico, quello che forma la quotazione nel mercato alto. Fanno parte di una genìa con tanto di proverbio purtroppo allusivo di un destino faticoso: che l’antiquario nasce povero con una seggiola e muore povero con 100 seggiole.

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