Restauro, L’Opificio delle Pietre Dure
La Nazione, Letizia Cini
Dalla primavera scorsa Isabella Lapi Ballerini è il nuovo soprintendente dell’Opificio delle pietre dure di Firenze. «Il mio obiettivo? Continuare a tenere alto il livello dell’Istituto, testimone dell’eccellenza italiana nel mondo» le sue parole. Non si contano i capolavori passati per le mani dei maestri dell’Opificio: «Dalla Madonna del Cardellino di Raffaello, alla Pala di San Zeno del Mantegna, per citarne due fra i più recenti».
Sorride la storica dell’arte. Prima di lei al timone del prestigioso Istituto centrale del ministero per i Beni culturali (vera eccellenza nazionale nel campo del restauro di opere d’arte), Bruno Santi: dieci mesi intensi, in attesa della meritata pensione, durante i quali è stato sventato quasi a furor di popolo fiorentino, il paventato assoggettamento al romano Istituto centrale del restauro, e fatto un passo decisivo verso la sospirata autonomia.
Da allora sono trascorse due stagioni, ma i problemi restano tutti: con il blocco del turn over il ministero non può sostituire i restauratori, molti dei quali, nel giro di 4, 5 anni andranno in pensione. «E’ il caso del laboratorio degli Arazzi in Palazzo Vecchio, che rischia di chiudere interviene Clarice Innocenti, storica dell’arte direttrice del laboratorio di restauro arazzi, oreficeria e del Museo dell’Opificio. L’unica restauratrice di ruolo rimasta fra qualche anno andrà in pensione e non sappiamo se verrà sostituita: terminando i due ultimi grossi lavori che avevamo, la quindicina di persone che gravitava con contratti vari all’interno del laboratorio, andrà a casa. Personale formato, un vero spreco».
Altra nota dolente, si dice che per il triennio 2009/2011 sarebbero stati finanziati solo 44 restauri. Chiediamo lumi alla soprintendente. Dottoressa Lapi Ballerini, come sta l’Opificio? «Inutile dilungarsi sulle cose che non vanno, fin troppo risapute: la diminuzione di fondi assegnati dura da anni. Diciamo che, nonostante questo generale fenomeno di contrazione economica e riduzione personale, si stanno muovendo tanti fattori di evoluzione futura». Di che tipo? «Ad esempio abbiamo potenziato le modalità di consulenza da parte dell’Istituto: da anni non vengono riaperti i concorsi, ci sono alcuni settori (come quello degli arazzi) dov’è rimasto un unico restauratore.
Incrementando questa modalità di consulenza che comporta parziale operatività, non fino a compimento del lavoro, riusciamo a far lavorare i restauratori in servizio, coinvolgendo anche i nostri laboratori scientifici, che affiancano tutti i nostri settori. Ho voluto creare due unità di ricerca (una vandalismo e una malti e intonaci) che potranno interagire nel campo delle facciate degli edifici monumentali, interagendo con i privati». Un sistema per far cassa? «Certamente, anche se, in verità, il ministero ha concesso all’Opificio uno stanziamento con 100mila euro in più rispetto allo scorso anno; ovvero 800mila euro, un incremento di circa il 10%». Ultimata la Madonna del Cardellino di Raffaello, quali sono i restauri in dirittura d’arrivo? «La Croce di Giotto di Ognissanti e il Tabernacolo Linaioli saranno conclusi entro la prima metà del 2010; fra i lavori importanti abbiamo una piccola ma splendida Madonna del Mantegna dell’Accademia Carrara di Bergano, ed è partito l’intervento sull’ Ultima Cena del Vasari, che versa in condizioni drammatiche, grazie a un primo, simbolico finanziamento della protezione civile».
Nonostante le difficoltà lei guarda al futuro con ottimismo… «Come in tutti i settori, visto il momento attuale di difficoltà, occorre concentrarsi sulle spinte positive, come la raggiunta autonomia (parziale): abbiamo finalmente un tesoriere fresco di nomina, Cariprato, che dal primo gennaio 2010 potrà gestire gli introiti dell’Opificio, dal biglietto del museo all’attività di consulenza per le mostre». Sul fronte della scuola? «Con le ultime tesi discusse la scorsa settimana, si conclude un ciclo: 31 anni di Scuola di restauro quadriennale. In attesa che apra la Scuola di alta formazione con laurea quinquennale; ancora manca il decreto di organizzazione». Eppure i vertici del ministero hanno annunciato che nel 2010 riaprirà la scuola dell’Istituto centrale del restauro di Roma, capace di rilasciare un diploma universitario… «Le decisioni per i due istituti vanno di pari passo: devo pensare che lo stesso accadrà per l’Opificio».

