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Trascrizione Video Vittorio Sgarbi

8 OTTOBRE 2015 -GALLERIA NAZIONALE D’ARTE ANTICA IN PALAZZO CORSINI

Roma, Via della Lungara, 10

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“Un dato appare evidente, che Maurizio Marini non è morto; mi sembra chiaro dalla presenza di tanti amici, che lo sentono presente in loro e nelle loro ricerche, per quel di più di vita che egli aveva, rispetto alla forma che la critica assume, riducendo alcuni di noi a fantasmi di se stessi in vita. Molti dei viventi, che insegnano soprattutto nelle università, senza particolare merito, sono di fatto dei morti, che manifestano la loro morte in appelli, lettere, in una disumanità apparente.

Tra quelli che si caratterizzano come nemici, dalla morte alla vita, di Marini, c’è Tommaso Montanari, che io evoco perché, avendo deciso di contrapporsi a gran parte degli storici dell’arte a partire da Paolucci, ha scelto una strada impervia, per cui alla sua celebrazione, che non sarà tra pochi anni, credo che non ci sarà nessuno, perché, negando il principio naturale dell’amicizia, è evidente che quello che lui ha deciso di fare come moralista stabilisce un’attitudine che è esattamente l’opposto di quello che sono stati i grandi storici dell’arte, a cui egli stesso si appella; perché un immoralista naturale era Roberto Longhi, un grande immoralista era Berenson, un immoralista, nella dimensione più umana possibile, era per l’appunto Maurizio Marini: un’opera era più importante di qualunque altra cosa, non era importante che stesse in Italia o in America, l’importante è che esistesse.

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Lo dico perché voglio partire di qua, rispetto ai moralisti; come voi sapete, ne ho parlato a lungo con la Direzione delle Belle Arti, con l’amico Scoppola e con altri, una delle opere fondamentali della esperienza caravaggesca, prima del dipinto di Benedetti, che a lui è legato, una delle ultime grandi scoperte, è stata “La negazione di Pietro”, di Caravaggio, che stava in una collezione napoletana, “Imparato Caracciolo”, dove imparò a vederlo, sulla metà del secolo scorso, Longhi, che, avendo sicuramente capito che era di Caravaggio, disse che era di Battistello Caracciolo per poterlo comprare, che è un’azione di quelle spudorate del nostro mestiere, in cui si guarda una cosa sperando che chi te la vende non sappia che cosa è, per poterla pagare di meno, operazione che lui condusse fino al momento di riuscire ad estrarla da quella casa. Io fra l’altro conosco una delle eredi, una giornalista che lavorava con me all’Europeo, che ha tutta la storia davanti; una azione, diciamo, diremo, criminale rispetto alla legge, ma perfettamente logica rispetto al piacere, alla voluttà della scoperta, alla volontà di far diventare una cosa quella che è ma senza necessariamente dirlo a chi te la vende, se uno te la vende con un nome, non è che tu prima “io sono Roberto Longhi”, e sarai Roberto Longhi, ma non è che tu sia obbligato … in quella truffa di conoscenza si introdusse Marini, che fu il primo a pubblicare quel dipinto, come Caravaggio, in tutta onestà, e dichiarandolo, già nel 72, esportato abusivamente. Perché una cosa esportata abusivamente non debba tornare in Italia e debba stare al Metropolitan i moralisti non me lo hanno ancora spiegato; certamente ci sono diversi passaggi, dal punto di vista di come è fatta la legge probabilmente chi lo ho comprato da ultimo e poi addirittura l’ha donato al Metropolitan potrà dire che era in perfetta buona fede, quindi forse non tornerà mai, ma mi sembra un quadro emblematico di una vicenda che io posso affrontare, come mi capita spesso sul piano dialettico e sofistico, dalla parte della tutela italiana, come dire, andate a prenderlo, deve tornare in Italia, così come si fa con tante cose, a partire dalla Dea di Morgantina e altre cose che sono legittimamente tornate, forse era meglio se stavano dove stavano, perché oggi a Aidone vanno 20.000 persone all’anno, al Getty andavano 500.000 persone, quindi non è stato un vantaggio per la conoscenza del patrimonio artistico della Magna Grecia.

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Da questo punto di vista alcune azioni, non so, il rientro …, non so se avete visto, i disperati carabinieri, da quando hanno perso l’ultima testa, che era Conforti, vanno a cercare in giro per il mondo delle opere di Goya che sono fatte da un imbrattatele, non so, di Taranto sud, e le mostrano con l’orgoglio della scoperta, senza consultarsi con nessuno storico dell’arte, un mondo strano; la autonomia dell’arma propone continuamente cose fasulle come buone, addirittura arriva in taluni casi a sequestrare opere buone come se fossero false. Siamo arrivati a dei paradossi che io ogni tanto denuncio; ma, se andate a prendere, pensando che ci sia dietro la mafia, un’opera in Lussemburgo di Goya, perchè non andate al Metropolitan a prendere un’opera sicuramente esportatata abusivamente? Avete paura del Metropolitan? O non andate per niente, o andate. Ma perchè faccio questo ragionamento sui diversi e falsi moralismi? Quello stesso che fa la morale, che prima ricordavo, ha periziato un’opera di Corradini meravigliosa, tranquillamente l’ha lasciata andare al Metropolitan senza dirlo al ministro Bray, che è il suo ministro di riferimento, di cui era portaborse, consulente, allora, se hai il ministro vicino, che ti vuole tanto bene, perchè non gli dici che ci sta il tuo amico antiquario per cui hai scritto a pagamento una perizia per vendere quell’opera al Metropolitan? E’ giusto?
Giusto, sbagliato, in realtà è un falso problema, perché queste contrapposizioni di ordine morale vanno aldilà del dato essenziale: l’opera è viva dovunque stia e talvolta è meglio che stia a New York che in Italia, nulla di male. Questo era il principio fondante del pensiero di Marini. Lui aveva visto, con occhio certo, intepretando il pensiero occulto di Longhi, ma rendendolo vivo e palese, che quel capolavoro era di Caravaggio. Scriveva, nella sua perfetta monografia, che era stato esportato abusivamente, perchè era la verità, ma non era particolarmente preoccupato e turbato dal fatto che stesse là, là lo vedono tutti, è con noi, in sei ore di aereo andiamo a New York e ci vediamo il capolavoro. Ecco, faccio questo ragionamento per dire che quello che premeva a Marini era la conoscenza, d’altra parte Spinoza ce lo ha detto in una frase illuminante, il bene e il male non sono una buona o una cattiva azione, a seconda di come giudica Montanari o qualcuno che stabilisce di conoscere la verità, ma bene è ciò che fa crescere la conoscenza, e male ciò che la arresta o la arretra. Quindi la conoscenza è il bene. Mi direte, qualcuno si preoccupa perché un’opera fondamentale sta là, invece che qua, oggi? Con i low cost? Con le compagnie di bandiera messe in difficoltà perchè c’é Ryan Air? Prendiamo un aereo, andiamo a Parigi, andiamo a Londra, tutto il mondo è qui; questo lo aveva capito quando andava ancora in bicicletta, Marini, era talmente avanti che aveva capito il futuro della comunicazione senza bisogno di avere dei mezzi potenti con cui poter rapidamente arrivare ovunque, e rendere tutto presente e tutto nello stesso spazio; di questo é interprete perfetto, forse il migliore degli eredi umani di Marini, l’amico Petrucci, che governa il più bel museo che lo Stato abbia comprato, di cui lo Stato non è mai stato consapevole, Palazzo Chigi di Ariccia, con i suoi capolavori e con le acquisizioni continue di opere che arrivano ad arricchire, con i collezionisti e gli storici dell’arte, le raccolte di Palazzo Chigi. Nel suo rapporto stabile con un grande conoscitore che si chiama Peretti, ma che è anche uno storico, che un’opera sia a Ariccia o a Londra, cosa cambia? Nulla. Però per qualche moralista cambia molto, addirittura se tu prendi un’opera da Bologna a Bologna, Pinacoteca nazionale, e la porti a Bologna, Palazzo Fava, fanno 300 firme di dementi incapaci, fra cui qualcuno che è qua presente, per dire che non va bene, poi quando va a Venaria Reale, nessuno dice nulla. Io quelli li odio, li voglio vedere morti, e quando saranno morti voi non sarete qui, sarà una commemorazione deserta, ci saranno forse la mamma, il papà, i figli; ma qui invece vedo Bernardini, Benedetti, Morello, Baldassarri, la bellissima Volpi, così bella che la sottraggo sempre al suo nome stesso, e così via, poi vedo Pirondini, ma a Pirondini che gliene frega dove sta un Luca da Reggio? L’essenziale è che esista, se non ti raggiunge lui, lo raggiungi tu, come una donna, se non viene da te, ci vai tu, le opere d’arte sono come donne, come persone viventi, ecco, io credo di avere capito questo; io ero molto giovane, ma ero già abbastanza intraprendente, andavo a vedere un grande collezionista, da cui è partita la mia esperienza storico artistica, grande amico di Marini. Era partita in verità davanti a un professore straordinario che era il primo allievo di Roberto Longhi, Francesco Arcangeli; era il mio secondo maestro, il primo era stato un professore di letteratura italiana, mio zio, bravissimo, si incazzava sempre, aveva sempre ragione, io se mi incazzo lo faccio anche per ricordare il suo metodo, l’importante non è incazzarsi, è avere ragione; “ti fai male, morirai di infarto!”, lasciami morire di infarto, ma ho ragione, quindi prendi uno, lo aggredisci, perché sbaglia, perché crea disordine nel mondo, senza rispettare le regole e la ragione che sono nei nostri comportamenti più che nelle astrazioni. Quante regole sono sbagliate, che cosa c’è di più sbagliato della notifica italiana? La notifica, qualcosa che ti arriva un cretino della Sovrintendenza e ti vincola una cosa di nessuna importanza, impedendoti di muoverla, perché lui ha il potere, un imbecille, normalmente, e qualche volta invece avvedutamente meno, però tante cose importanti vincolate non sono; per esempio, parliamo della massima istituzione italiana non pubblica, che è il FAI; voi sapete che La Crespi, che ha una certa età ed è molto mia amica, naturalmente comunista, miliardaria, come è giusto che sia un buon comunista, perchè almeno qualche vantaggio deve averlo, ha una collezione sterminata, che è la Collezione Crespi, con due capolavori di Canaletto. Secondo voi qualcuno l’ha vincolata? Eppure non è che non lo sappia il Sovrintendente, e quando morirà, sarà una casa del FAI, o sarà una casa da cui verranno portate fuori delle opere che non sono notificate? Io me lo chiedo sempre: perchè non è notificata quella e invece sono notificate delle altre cose, evidentemente qualcuno in Sovrintendenza ha deciso che deve seguire il piccolo antiquario che ha l’ultima opera di Wildt, ma non vuole vincolare la collezione nella sua interezza che si chiama Collezione Crespi, non perchè l’ha fatta lei, ma perché l’ha fatta suo nonno, e che è una collezione organica che ha un suo significato importante almeno, almeno come la Molinari Pradelli, che è tutta vincolata, ben la conosce la Baldassarri, ma poteva anche non esserlo; vi ricordate il caso di un grande collezionista completamente, diciamo, criminale, nel suo aspetto migliore, che era Bizzini, il quale comprò molti quadri ad alto prezzo, e quando fallì, credo che sia ancora in galera, volevano vincolare l’intera collezione; erano quadri comprati il giorno prima. Io ho indotto Trevisani, che aveva questo assunto, un po’ astratto, un po’ iperprandiano, anzi postprandiano, in questo caso c’è una forma di delirio gastronomico, a dire fai il vincolo opera per opera, perché è assurdo che tu ricatti qualcuno dicendo “ti vincolo tutta la collezione”, quando non è vincolata la Collezione di Giulia Maria Crespi, allora, da questo punto di vista, dobbiamo tornare al punto in cui io, arrivato a Roma dopo questi due grandi maestri, mio zio e Arcangeli, andai a trovare, e lì vidi l’amico Luccichenti, che stava fidanzandosi, o si era fidanzato, con una restauratrice che non conosce il passaggio del tempo, è sempre ferma, quando l’ho vista, non ha bisogno di restauro, è la medesima, così come è stata, e ha scritto anche in questo importante libro di ricordi, andavamo a trovare, 1978, Mario Lanfranchi, che per me era un’istituzione, aveva delle opere staordinarie; io inseguivo un dipinto di Pennacchi, autore che vedevo in stretto rapporto con la formazione di Lorenzo Lotto, e tutto quello che può riguardare, per ognuno che andava, gli studi di appartenenza, e si frequentava, in quel momento, conobbi, andavamo a trovare in studio gli studiosi che guardavano le opere con l’affetto di chi le guarda come figli; ed erano Maurizio Marini, Federico Zeri, e Maurizio Fagiolo dell’Arco. Anzi in quel momento Fagiolo dell’Arco, meraviglioso studioso pieno di sensibilità, con un occhio non so se altrettanto ficcante di quello di Marini, ma con una grande passione per la ricerca e per la conoscenza, avevano lo studio insieme, e lo studio non si dava senza che una conoscenza fosse fondata sul possesso, volevano, tutti questi tre che ho indicato, poggiavano gli studi, sulle opere che possedevano, quelle opere erano degli elementi fondativi, delle note dei loro saggi, le possedevano, e le avevano in relazione; non so, il più bel dipinto che aveva Longhi era ed è un dipinto di Valentin , che aveva avuto in mancia da Frascione, all’epoca non valeva nulla, tre o quattro milioni di lire, e per una perizia, su non so quale dipinto del Rinascimento, aveva avuto in cambio questo capolavoro, che oggi invece si innalza come una delle più importanti opere della sua collezione; non diciamo di Zeri, e di quello che avrà avuto, e ha avuto, in cambio delle sue perizie; non diciamo di Dino Fabbri, collezionista meraviglioso, in equilibrio tra Longhi e Zeri, che credo non sapesse che cosa è un confine, c’erano ancora i confini, ma suo fratello è stato colto mentre portava un camion di opere d’arte in Svizzera e bloccato non per esportazione abusiva ma perché era della P2, lo avevano bloccato, su quel camion c’erano due dipinti di Vivarini che poi ho comprato io, vincolati in quella occasione; è gente che non aveva il problema del confine, l’opera c’è, dove sta, sta.

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Questo naturalmente determinava all’epoca, quando io entrai in Sovrintendenza, nel ‘77 uno strano meccanismo di strabismo; il rapporto tra i collezionisti e le sovrintendenze e soprattutto tra i mercanti, i venditori d’asta, e all’epoca Semenzato era il più, diciamo, corsaro, era lo stesso che c’è tra Diabolik e Ginko. Se uno pensa Diabolik e Ginko, quando si pensava di Semenzato si pensava di dover inseguire Diabolik, era una cosa impressionante, cioè invece di mondi, come in Inghilterra e in America, che dialogavano, erano mondi in lotta perenne perché uno andava inseguito per recuperare chissà che cosa aveva sottratto. Argan pensava che collezionare arte contemporanea fosse meritorio, vedi Burri, collezionare arte antica fosse un furto; cioè un mondo di dementi, una quantità di gente che aveva delle astrazioni in testa che tuttora sopravvivono nella mente di qualche giapponese, ma che sono l’opposto della verità; lentamente, io, tra i primi funzionari, mi ricordo anche Paolucci, con la collezione De Carlo, e poi Giovanni Pratesi, che è stato lungamente direttore, segretario della Biennale di Firenze, stabilirono un armistizio, una lenta amicizia tra mercanti d’arte e sovrintendenze, e in qualche caso ha funzionato, perché molto spesso i collezionisti e i mercanti d’arte vedono prima quello che poi gli studiosi fanno diventare sistema critico, e che le sovrintendenze poi stabiliscono essere materia di grande caccia per salvare l’anima non si capisce di chi.
Quindi sono qui, a ricordare l’amico Marini come grande immoralista nel senso più bello della parola, più nobile della parola, di persona che amava la vita delle opere d’arte e non la loro finta tutela, la indicazione poliziesca di un ordine di chi, non capendo, stabilisce i vincoli alle cose, e in questo credo che lui abbia tante volte scritto, periziato, pubblicato, opere il cui destino non lo preoccupava; devo dire che in questo c’era un’altra componente, che è quella che mi ha sempre fatto essere un mariniano eretico, non era troppo esigente rispetto alla qualità assoluta, era più innamorato del proprietario che del quadro, se vedeva Luccichenti dire “Guarda, io ho un dipinto di Lorenzo Lotto”, “Ma no, è di Lorenzo Lotto?”, alla quarta volta “Beh, potrebbe, Lotto qualcosa può avere pure fatto”, cioè, perché deludere un collezionista? Perché non scrivere che Francesco Bassano, magari, ha fatto una cosa con suo padre Iacopo? Allora molte delle perizie, quando le leggi, ti fanno pensare che non le faremo più così, ma non è che lui non lo sapesse, lo sapeva meglio del proprietario, ma perché deludere il proprietario di un quadro e non fargli avere un’opera almeno un po’ di Tiziano? Una piccola parte, qualcosa avrà fatto, un disegno … ecco, questo è l’aspetto su cui io ero più intransigente, ma non per motivi morali, che non mi hanno mai caratterizzato, in questo senso, ma perché ho sempre ritenuto che la qualità dovesse distinguere; ricordo che quando acquistai, e non riguardava Maurizio, ma l’ altro Maurizio, Maurizio Fagiolo, un capolavoro del Baciccio, firmato e datato, che è il “Cardinale Spinola”, sicuramente autografo, e c’era un altro, che conosceva Maurizio Fagiolo, che voleva indurmi a pensare che il mio era una copia del suo, semmai era il contrario: abbiamo fatto un armistizio. Sono entrambi autentici, è la soluzione migliore, perché uno sì e uno no? E in ogni caso, il mio sì, e il tuo no, e non il contrario? Perché in Fagiolo, che aveva diversa formazione, c’era un po’ del marinismo, che voleva dire: “In fondo noi non eravamo presenti, una pennellata … un tocco … un disegno, un’ invenzione che richiama comunque un maestro …”.
Da qui, insieme a Benedetti e alla Gregori, e soprattutto per il dipinto oggi al Metropolitan, Marini è stato uno dei pochi che ha quella medaglia al petto che è più dell’Accademia dei Lincei e dell’Ordine delle Lettere francese, la Legion d’Onore, che è di essere di quegli studiosi che hanno scoperto un Caravaggio. Ha tentato anche la Danesi Squarzina, con risultati non propriamente assoluti, ma è vero che un uomo, un critico d’arte, è tale quando scopre un Caravaggio. Io sono ancora in una fase di pubertà, perché non lo ho ancora scoperto, ma quelli che l’hanno scoperto hanno questa medaglia, questa aureola, che è aver trovato, Marini certamente lo trovò, e ne trovò anche qualche altro, su cui tuttora il giudizio della critica manifesta qualche preoccupazione, ma è certamente una espansione, cataloghi in cui si allarghi invece che restringere, e lui da questo punto di vista, oltre alla certa “Negazione di Pietro”, ha dato indicazioni su cui molto si discute; d’altra parte esse furono all’origine di una grande battaglia, la più violenta nel mondo della storia dell’arte, che riguardò il fronte Calvesi, Argan, e allora Dante Bernini, contro Zeri e Strinati, per quella cosa che tutti ricordano, del ‘76, che fu la mostra “Pittura e Controriforma”, di cui Il catalogo è più raro dell’idea della pittura di Zuccari, perché fu sequestrato e bruciato; le opere d’arte, che non erano private, ma legavano con altre opere, venivano dalla Borghese, ma avendo avuto l’idea di attribuirle a Caravaggio nella bottega del Cavalier d’Arpino, Zeri fu demonizzato, processato pubblicamente, insultato sui giornali, come hanno cercato di fare con me, Calvesi aprì una campagna, perché le opere non potevano essere le capofila della serie di nature morte di Caravaggio. Si sbagliava, probabilmente, Zeri, ma certamente quelle opere hanno un importante significato ed è assurdo che un museo sequestri ad un museo delle opere di un museo; quello capitò, e da lì cominciò la gloria di Zeri, perché un gruppo di noi, più giovani, difese Zeri sui giornali, io già scrivevo sull’Europeo, e individuando in lui una vittima di una cospirazione ministeriale, che era quella di Argan, Brandi, che ritenevano, Brandi forse meno, ma soprattutto Calvesi, ritenevano che questa cosa fosse una irruzione del mercato; il mercato. E “il mercato” è la parola che ha sdoganato Marini; il mercato è, esistono le opere, è bene che esistano.
Ma piuttosto che spendere 50 milioni di euro per Jeff Kuntz, potrò comprarmi un Monaldi a 7000 euro, non mi romperete i coglioni, che voglio avere un Gregorio Preti, mi lascerete in pace? No, se compri Jeff Kuntz sei un mecenate, se compri Monaldi sei un ladro; allora Megna, grande antiquario, ha cominciato a vendere opere piccoline che si vedevano poco, come delle cartoline, ci sono dei mercanti di quadri piccoli, per farsi vedere di meno, come cercando di, “Io ti vendo questo, sì, però piccolo”, “Non ti venderò mai un Loth, che è sempre grande, o un Luca da Reggio, uno piccolino, un Locatelli non si vede neanche, lo puoi portare via così nella borsa”, perché era come un delinquente, il collezionista di arte contemporanea. Invece “Io, guardate, ho comprato un Burri, un Kounellis!”, cioè che cosa c’è peggio di Kounellis al mondo? Una moltiplicazione di orinatoi, non ne bastava uno, solo orinatoi, cessi, cappotti usati, serrature rotte, “Ho un Kounellis!”. Io feci una biennale dove non avrei messo Kounellis, ma siccome nessuno me lo segnalava, delle persone avvedute che avevo chiamato dal mondo della cultura, Magris, Olmi, ecc., chiesi alla Fendi; Kounellis non voleva essere nella mia Biennale, ma la Fendi aveva pagato tre milioni di euro un lenzuolo con quattro chiodi, e io la feci segnalare come una intellettuale e arrivò il Kounellis, ma devo dire che di fronte a Frongia, pittore educato sui classici, con i suoi quadri bellissimi, guardare questo Kounellis … però chi compra un Kounellis andrà in paradiso, è garantito, chi compra un Magnasco, no.

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In tutto questo, non parliamo poi della Baldassarri, la Baldassarri che cosa ha fatto, la Baldassarri è l’erede fiorentina di Marini, cioè per lei lo Stato è il mercato, sa tutto su Carlo Dolci, quando fanno la mostra di Carlo Dolci, la fanno fare a degli altri, ci sarà qualcosa che non funziona, sarà una ritorsione, e perché, se uno studia tutta la vita Dolci, la mostra deve farla chi non lo ha mai studiato? Saranno delle brave ragazze, ma sono delle apprendiste, rispetto alla vera stregona, la stregona è lei, che poi non è una strega; ma in tutto questo, questo mondo del mercato, io non so se lo ho detto e forse non dovevo dirlo, ma è la chiave della vita di Marini, Marini ha capito che c’era una parte di artisti viventi, che venivano da un passato che per lui si fermava al 1575, perché prima non andava, prima c’era stata la tradizione berensoniana e rinascimentale, e da lì in avanti c’era questo mondo, come dire, di piccoli animaletti, di spermatozoi che pullulavano da ogni parte per diventare finalmente persone viventi, e lui dava il battesimo, il nome; quante perizie avrà fatto, sarà un libro meraviglioso, grande come il Venturi, 25 volumi di perizie di Marini, di cui una parte ovviamente discutibili, ma prova di generosità nella creazione; lui era come il fecondato dagli spermatozoi degli autori, lui era come una grande madre che li accoglieva e li faceva uscire come bambini meravigliosi, raccontandoci la loro grandezza, in perizie che sono per la verità anche molto utili, in certi casi.
Da tutto questo, e le polemiche sgradevoli che lo hanno messo talvolta in evidenza rispetto a questo rapporto, non criminale, ma tale considerato, con il mercato, deriva oggi questo bel libro che io ho ricevuto; mi ha chiamato qualche mese fa un amico vicino, Di Loreto, che mi pare, se non capisco male, che abbia dedicato il libro a Marini, “a Maurizio”, sarà lui, che è la migliore prova che è vivo. Sembra una tautologia, è un libro su Marini, non lo puoi dedicare a Marini, dedicalo a tua mamma, dedicalo alla Porro, dedicalo alla Volpi, no, dedicato “a Maurizio”, immagino sia lui, o forse è un altro, comunque, dedicato a lui, vuol dire, tra un po’ arriva, dopo che Sgarbi ha aperto, Marini chiude. Il libro è fatto di tanti compagni di strada, di tanti compagni di merenda, con tante opere, tutte persone che hanno molto studiato, e che non hanno mai avuto paura del mercato. Qui vedo cose che io ho guardato con molta passione, negli ultimi anni; uno studioso formidabile, che lavora sulle carte a fianco della Gregori, Giacomo Berra, mi fa vedere quel Bastianino che era passato per un Carracci, con un Bacco che è uguale a Platinette e cerca di corrompere dei bambini portandoli sulla cattiva strada; come il prete di Trento di ieri sera, dice “la pedofilia”, beh, i bambini han bisogno di affetto, e io glielo do, certo, un’interpretazione non condivisibile, però che ha una sua, come dire, logica, se poi trovi uno bravo, se trovi invece Barbablù, ti mangia, dipende a chi chiedi l’affetto, qualche prete te lo dà e qualche altro te lo prende.
Detto questo, nella meraviglia di questo dipinto, si vedono cose che avrebbero sicuramente, il dipinto è apparso dopo, incantato Marini, mentre molti dei quadri lui li ha visti e previsti, anche rispetto alle attribuzioni che qui sono proposte, e alcuni ardimenti importanti come la riscoperta del Noletti da parte di Sciberras in un saggio che sarà fondamentale, in questo libro; quindi anche per quelli che sono antagonisti, avrà almeno 15 saggi essenziali che rimarranno come presidi nella storia dell’arte per l’avanzamento degli studi. Io, devo dire, ho avuto in dono, in cambio di una perizia, un dipinto che ha una dedica che mi ha depistato per mesi, fino a che andando alla Gare d’Orsay, di cui abbiamo qui una conservatrice, che è Beatrice Avanzi, ho visto che era uno dei capolavori francesi di Henner, e lo ho pubblicato qua perché c’è alcunché di caravaggesco, in quel dipinto dell’800, e mi sembrava un omaggio a tanta curiosità e amicizia con Maurizio Marini, che ha abitato poi a lungo dietro casa mia. Io abitavo nella casa di Innocenzo X, lui abitava nei magazzini di Innocenzo X, perché doveva raccogliere molte opere, che erano sempre quelle di Innocenzo X e di quel mondo; e in questa sua passione per le opere d’arte viventi certamente c’é qualcosa che non si è più ripetuto, ci sono altri ottimi e tanti studiosi questa sera presenti che hanno fatto e fanno lo stesso lavoro, ma in una dimensione più contenuta, lui era esuberante, ampio, fa venire in mente la formula di Whitman che dice, in quei bellissimi versi, “Mi contraddico? Benissimo, mi contraddico, sono vasto, contengo moltitudini”; ecco, Marini era una moltitudine, una quantità infinita di curiosità, non gli piacevano, credo, e temo, anche se avrà fatto finta di digerirli, gli artisti contemporanei, che invece erano l’altra parte del cuore di Maurizio Fagiolo dell’Arco, che ha dedicato studi fondamentali a De Chirico e ai pittori degli anni ‘20 e ‘30 e poi ha riscoperto la grande scuola romana del Novecento; quindi si sono divisi i territori, la scuola romana contemporanea l’ha fatta Marini, ed è quella del Seicento, la scuola invece antica è quella degli anni ‘30, l’ha fatta Fagiolo dell’Arco e insieme hanno ricostituito una stagione fondamentale in cui Roma era grande come la Parigi del primo Novecento; tutto accadeva qua, tutti venivano per Caravaggio, e quando venivano e tornavano a studiarlo, trovavano Marini come testimone, erede, conseguente, Caravaggio anch’egli, vivente e vivo nella sua formidabile esperienza.
Ecco, mi fermo qui, perchè le cose che dico, poi soprattutto quelli che lo hanno conosciuto, le sanno meglio di me, quelli che lo hanno frequentato ne hanno un ricordo vivo, quelli che non l’hanno conosciuto hanno perso vita e oggi si trovano davanti ad alcuni presunti professori che, nel mondo universitario, pensano di insegnare quello che non sanno; lui non insegnava, ma sapeva, e sapere è l’unico modo perché la nostra vita abbia un fine che è volto al bene.”

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